Emozioni tra psiche e soma: la “distorsione”.

Emozioni tra psiche e soma: la “distorsione”.

Ed eccoci con la seconda parte (per la prima puntata clicca qui!) della relazione tenuta lo scorso 29 Giugno nell’ambito della Conferenza Internazionale sull’Educazione Emozionale, organizzata dall’asilo nel bosco di Ostia (per gli interessati, qui trovate un breve video sintetico realizzato dalla Confederazione Internazionale degli Asili nel Bosco!).

Dove eravamo rimasti? Alla perfetta orchestrazione dei programmi biologici che gestiscono le nostre attivazioni emozionali…cosa può accadere per alterare il libero fluire di questi processi psicofisici?

Già a partire dalla vita intra-uterina, e comunque entro i primi 2-3 anni fondamentali di vita del bambino, possono verificarsi situazioni che, ripetute nel tempo, producono un vero e proprio condizionamento “distorsivo”, immagazzinato nelle cellule innanzitutto come memoria corporea, fisica. Ogni bambino avrà un imprinting che sarà la base sulla quale, nel corso del tempo, di sovrapporranno altri condizionamenti simili.

Parliamo di sovrastrutture che saranno immagazzinate a livello cerebrale e che detteranno poi legge sui processi cellulari. I dati scientifici oggi dimostrano ampiamente che ciò che accade nelle primissime fasi di vita è fondamentale nel plasmare la modalità di regolazione dello stress e delle emozioni (per esempio, questo recente lavoro mostra come la depressione materna in gravidanza programmi nel feto la reattività della risposta allo stress mediata dal cortisolo).

Avverrà quindi una riprogrammazione che si sovrascrive a quella prevista dalla natura.

perdita grazia bambino

La perdita di questo Eden psicobiologico coincide con quella che Lowen descrive come la perdita della grazia nel bambino, condizione che si verifica quando i bambini si conformano alle aspettative esterne invece di seguire l’esattezza dei loro impulsi interiori.

Dice ancora la Miller nel suo “rivoluzionario” libro che “un bisogno primario del bambino è quello di essere considerato e preso sul serio sin dall’inizio per quello che lui è, nel suo sentire, in ogni momento della sua crescita”.

Il bambino cioè può vivere le sue emozioni, sensazioni e percezioni se c’è una persona che con questi sentimenti lo accetta, lo comprende, lo accoglie e lo legittima. Se manca questa condizione (per esempio si ironizza, lo si mette in ridicolo, si minimizza, si mortifica), se il bambino per vivere un sentimento deve rischiare di perdere l’amore della madre (identificata con la sopravvivenza materiale prima, simbolica poi), allora non può permettersi di viverlo, ma deve rimuoverlo.

Questi vissuti percettivo-emotivi rimarranno comunque custoditi nel suo corpo, memorizzati come informazioni, spesso al di fuori della sua coscienza. Il bambino non sa cosa nasconde.

È così che si genera l’adattamento per la “sopravvivenza”.

Eppure il corpo non conosce falsità. Il corpo si attiene ai fatti. Le funzioni corporee come il respiro, la digestione, la circolazione, reagiscono soltanto alle emozioni vissute, e non a come noi le abbiamo reinterpretate per paura del castigo, di disubbidire, di deludere l’adulto di riferimento.

Il prezzo che si paga per questa mistificazione è la cecità emotiva, in primis in relazione ai vissuti che hanno generato questa distorsione. C’è una storia emotiva che il corpo conosce, ma che la mente disconosce.

Ed ecco che le emozioni messe al bando si aprono una breccia e assalgono il corpo. Si paga l’autoinganno con la malattia.

Le emozioni non legittimate dentro di sé, in cerca di diritto di cittadinanza, hanno un costo biologico e arriva un momento in cui il corpo presenta il conto.

Come accade questo? Prossima puntata… 😉

I parassiti e la “non belligeranza” nel nostro intestino!

I parassiti e la “non belligeranza”
nel nostro intestino!

Uno dei temi più cari nella mia attività è l’asse intestino-cervello e i fattori che entrano in gioco nella sua modulazione: emozioni, cibo e microbiota.

Oggi aggiungiamo un altro tassello non trascurabile a questo puzzle e parliamo di parassiti. Ma prima facciamo un po’ di sintesi…

microbiota asse intestino-cervello

Intestino, cervello e sistema immunitario

Abbiamo spesso parlato di come l’intestino giochi un ruolo chiave nell’efficienza del sistema immunitario.

 Ed abbiamo anche affrontato il tema di come la nostra pancia ospiti un cervello intelligente che comunica in maniera integrata con il cervello dei “piani alti”.

Per dirla in altre parole, l’equilibrio del nostro sistema immunitario, sempre dinamico ed estremamente complesso, dipende strettamente da quell’autostrada bidirezionale di comunicazione che scorre tra intestino e sistema nervoso centrale (che include tanto il midollo spinale quanto l’encefalo). Una comunicazione fatta di segnali chimici, metabolici, ma anche fisici, perché la connessione esistente tra intestino e cervello è tangibile attraverso le fibre nervose che dalla periferia del sistema nervoso viscerale raggiungono le aree centrali di comando.

Nel ricordare che la maggior parte delle informazioni scorrono dal basso verso l’alto, mettiamo un po’ d’ordine sulla tipologia di queste informazioni, tutte strettamente inter-relate tra loro nell’equilibrio dinamico tra salute e malattia! Precisiamo che per certi versi può risultare piuttosto arbitraria la distinzione tra segnali “esterni” ed “interni”, perché tutto ciò che viene da “fuori” viene comunque metabolizzato all’interno secondo algoritmi specifici dell’individuo, determinando un output quindi del tutto personalizzato.

  • I vissuti emotivi, sia interni che innescati da situazioni esterne, che si traducono nel rilascio di neuropeptidi (le cosiddette molecole di emozioni) con un effetto pleiotropico nel nostro organismo (ad esempio: sulle cascate ormonali, sulla liberazione di fattori infiammatori e/o immuno-modulanti, sulla regolazione della trascrizione genica);
  • il cibo, che con la sua metabolizzazione agisce sugli stessi percorsi sopra descritti. Come detto più volte, tanto il cibo quanto le emozioni si muovono lungo una via finale comune;
  • il microbiota, cioè tutte quelle popolazioni batteriche che con-vivono nei nostri metri d’intestino e che arricchiscono il nostro pool di geni. Se in linea di massima questa miriade di germi sostiene i nostri processi fisiologici in quella che potrebbe essere un esempio di meravigliosa simbiosi, è anche vero però che può contrastarli contribuendo al determinismo di processi patologici.

In questo complesso network, che è piuttosto difficile da studiare ”tutto insieme”, c’è un ulteriore elemento ancora troppo poco conosciuto, nonostante se ne parli abbondantemente nella letteratura scientifica: i parassiti, che insieme alle popolazioni batteriche del microbiota alloggiano nei nostri intestini. La sensazione però è che questo tema rimanga ancora un pezzo “isolato”, non inserito in maniera organica nel dialogo tra gli altri elementi fino ad ora discussi. Il risultato è che il senso del discorso non potrà essere colto in pieno…

parassiti cibo emozioni

Parassiti e microbiota: il patto di non belligeranza…

Per certo anche i parassiti entrano in gioco nella regolazione della risposta immunitaria, in particolare nei meccanismi dell’auto-immunità, potendo arrivare a produrre effetti anche a livello del sistema nervoso centrale. Tali effetti possono variare all’interno di un’ampia gamma, dipendentemente dal tipo di alterazione indotta e dalla localizzazione della stessa (es: andiamo da disturbi della mielinizzazione a disturbi della sfera affettivo-cognitiva).

Cominciamo a fare qualche nome operando una grossa distinzione tra gli organismi unicellulari (protozoi) e pluricellulari (elminti), tralasciando per ora il capitolo comprendente acari, zecche e compagnia varia. Tra i protozoi troviamo l’entamoeba hystolitica, la giardia lambia, il toxoplasma gondii, il trichomonas (sia vaginale che intestinale). Gli elminti comprendono invece i classici “vermi” tipo ascaridi, ossiuri, echinococco, filaria, etc.

Il parassita si nutre a spese dell’ospite su cui vive, che è di specie diversa, e che utilizza come propria nicchia ecologica. Tuttavia definire la patogenicità del parassita, quindi la sua capacità di recare danno, non è affatto banale! I parassiti possono anche fare il loro “sporco” lavoro senza danneggiare l’ospite in maniera ingente, all’interno di quello che definisco un patto di non belligeranza altamente dinamico: le ostilità non si aprono fintantoché non intervenga un qualche fattore a disturbare questo delicato equilibrio biologico.

Tra i fattori che entrano in gioco nella rottura di questo equilibrio troviamo:

  • elevata carica patogena: un alto numero di parassiti o la loro capacità di produrre sostanze particolarmente tossiche può aprire le ostilità;
  • localizzazione di un parassita in un’area non a lui “destinata”: come vedremo nei prossimi post, un parassita può raggiungere il sistema nervoso centrale, portando una serie di conseguenze patologiche;
  • il più importante di tutti, forse, la capacità del sistema immunitario dell’ospite di adattarsi e tenere sotto controllo queste presenze che molto spesso vivono in situazioni “al limite”. Ricordiamoci infatti che non conviene ai parassiti per primi essere troppo aggressivi, pena l’eliminazione dell’ospite che determina la loro stessa sussistenza! Allora, se danno deve essere, che sia poco alla volta, ma prolungato nel tempo, in modo da permettere comunque all’ospite – cioè a noi – di fare “le sue cose” con una certa nonchalance.      

Nella letteratura scientifica, la nostra capacità di gestire questi parassiti è definita come tolleranza alla malattia (disease tolerance), un fenomeno frutto dei processi evolutivi e che ci permette di minimizzare la loro virulenza, anche senza doverne necessariamente ridurre il carico. In buona parte della popolazione, quindi, i parassiti possono coesistere in maniera latente e più o meno silente, senza causare manifestazioni patologiche eclatanti.

tolleranza ai parassiti immunità

“Oh mio dio, come ho preso i parassiti?!”

Questo permette di fare un’importante precisazione: il fatto di “avere” dei parassiti non è in sé e per sé qualcosa che deve generare angoscia, perché tutti li abbiamo! Semmai si tratta di valutare che ruolo “attivo” hanno all’interno della persona, e quale rischio possono rappresentare soprattutto in funzione dell’effetto che producono sul nostro sistema immunitario.

E veniamo all’ultimo punto di oggi: la tolleranza alla malattia è frutto di un contesto di immuno-regolazione che si stabilisce tra ospite e parassita, che è piuttosto improbabile che si mantenga per tutta la vita. Le naturali variazioni della risposta immunitaria verso i parassiti sono oggi oggetto di approfondite ricerche. Anche la loro relazione con i batteri del microbiota è ancora molto poco studiata e compresa!

La risposta immunitaria che attiviamo per gestire i parassiti (limitarne il numero e riparare i danni che creano nei tessuti colonizzati) è quella nota come T-helper di tipo 2. Cioè i parassiti inducono l’attivazione di uno specifico braccio armato del nostro esercito immunitario, che reagisce a botte di fattori infiammatori chiamati interleuchine (IL). Nello specifico, la risposta ai parassiti è caratterizzata dalla produzione di IL-4, IL-5, IL-9 e IL-13. La risposta immunitaria attivata aumenta la produzione del muco, così il tasso di proliferazione e di turn-over delle cellule dell’epitelio intestinale, con lo scopo di evitare delle reazioni aberranti che potrebbero mettere in atto i batteri del microbiota!

La risposta immunitaria di tipo Th2 inoltre aumenta la secrezione delle immunoglobuline E (IgE) e l’attivazione di basofili, eosinofili e mastociti.

Nel corso di infezioni croniche da parassiti, inoltre, il nostro sistema immunitario attiva un meccanismo di auto-regolazione della risposta (basato sulle cellule T regolatorie – Treg), con lo scopo di auto-limitare l’attacco ai parassiti che potrebbe danneggiare anche le nostre stesse strutture. Se tuttavia la persona presenta un deficit di queste cellule Treg che regolano e controllano l’attività immunitaria, l’attacco ai parassiti sarà più aggressivo, riducendo sì la loro carica, ma portando anche ad un aumento del rischio di sviluppare patologie immuno-mediate.

Insomma, davvero un bel melting-pot quello nel nostro intestino…

Approfondimento time

Microbiota intestinale: l’intelligenza sciame del nostro intestino!

intelligenza sciame microbiota

Vie di comunicazione bi-direzionale tra microbi intestinali e cervello “superiore”.

Il genoma umano non ci bastava e quindi adesso arriva lui, il microbioma, cioè quell’insieme di geni che otteniamo mettendo insieme tutto il materiale genetico proprio della flora batterica intestinale che ci colonizza. Microbiota è il nome che identifica questa massa vivente che abita dentro di noi da “commensale”, cioè che “mangia con noi” e partecipa di ogni nostro processo chimico, organico e non solo. Insomma impossibile sentirsi soli!

Diamo qualche numero: in questa flora ci sono circa 150-200 specie comuni, mentre sarebbero circa 1.000 quello meno frequenti. I geni di questi microbi sono numericamente 100 volte superiori rispetto ai nostri…e la maggior parte di queste specie è anaerobia, cioè vive senza ossigeno. Il peso totale di questi microbi nell’intestino di un adulto è, guarda caso, all’incirca pari al peso del nostro cervello…quello che si dà le arie ai piani alti (mentre  ai piani bassi le arie si fanno…😂).

Sembrerebbe che noi siamo in qualche modo “dipendenti” dalla miriade di prodotti neurochimici elaborati dai nostri microbi. Per esempio, il nostro sistema serotoninergico, che è fondamentale per la nostra attività emozionale tanto nel cervello intestinale quanto in quello cerebrale, non si sviluppa adeguatamente in assenza di microbi! (clicca qui per il lavoro completo).

In un recente lavoro di cui riporto qualche passaggio, i microbi intestinali sono considerati parte di un inconscio collettivo che regola i nostri comportamenti. Eh già, anche Jung qualche pezzo se l’era perso! Nella comunicazione bi-direzionale tra intestino e cervello, il ruolo che il microbiota gioca nella regolazione dei processi cerebrali rappresenta oggi una delle aree più affascinanti della medicina. Di certo sappiamo che questo ammasso di micro-organismi determina delle funzioni vitali, essenziali per la nostra salute, inclusa l’elaborazione dei cibi, la digestione dei polisaccaridi complessi, la sintesi di vitamine e l’inibizione di patogeni.

Senza scordare che nel dialogo intestino-microbiota-cervello entra in gioco l’essenziale regolazione del sistema immunitario…per cui il microbiota ha un impatto diretto anche sul nostro sistema immunitario, così come il nostro esercito della difesa, a sua volta, contribuisce a mantenere l’omeostasi all’interfaccia tra superficie intestinale e microbi. Insomma, esiste un patto di non belligeranza, almeno fino a che qualcosa non cambia e la pacifica convivenza si rompe, determinando una sregolazione della risposta immunitaria e/o dell’aggressività degli ex-amici microbi.

Ecco, qui viene il bello…cosa può intervenire nel rompere questo stato idilliaco di pacifica convivenza?

Se è vero che le attuali ricerche sulla flora microbica che abita nel nostro intestino stanno dando un nuovo impulso alla comprensione della relazione che esiste tra intestino e cervello, è anche vero però che non si può perdere di vista “l’entità” che ospita questa popolazione di micro-organismi…

Il microbiota cioè è inserito nel contesto di un essere vivente che pensa, sente e si emoziona e traduce tutto questo in un linguaggio biochimico fatto di neurotrasmettitori, che sono gli stessi tanto nel cervello intestinale quanto in quello cerebrale. È chiaro che il microbiota influenza, ma è anche influenzato, da questi eventi!

I batteri del nostro intestino “dialogano” con i nostri neurotrasmetittori! Sono in grado di produrli, di modularne la concentrazione, determinando un effetto sull’attività neuronale del nostro cervello intestinale..e quindi, in sostanza, su ciò che la nostra pancia “sente”.

Possiamo immaginare iI microbiota come un mediatore “vivo” e fatto su misura per noi (neanche i gemelli hanno un identico pool di microbi!), capace di cogliere e interpretare tutto quello che si svolge all’interfaccia tra noi e il mondo esterno (ricordiamo che tutto il tubo intestinale è un’invaginazione di una superficie di comunicazione tra noi e l’ambiente fuori), e di tradurlo in processi biochimici, metabolici, che influenzano l’attività del cervello del piano di sopra. Oltre a tutti gli altri processi diffusi nel nostro organismo.

Insomma, l’intelligenza della nostra pancia si avvale anche dell’intelligenza sciame prodotta dai nostri microbi. Parliamo di quella swarm intelligence che, per capirci, caratterizza in maniera esemplare la vita delle api, così come di tante altre specie animali, dimostrando che intelligenza e cervello sono due cose ben diverse

Ecco perché se la ricerca sul microbiota si dirige verso autismo, Alzheimer e così via, uno degli aspetti che continuo a trovare più interessanti della faccenda è il ruolo che questi “sporchi amichetti” hanno nella regolazione della risposta allo stress, e in particolare dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene.

La composizione del microbiota determina il modo in cui elaboriamo le informazioni emozionali. In modelli sperimentali animali si è visto che il trapianto di microbiota può trasformare un topo ansioso in uno non ansioso. Sugli uomini sono stati condotti studi con risonanza magnetica funzionale per evidenziare come l’assunzione di probiotici impatti sui processi di elaborazione cerebrale e, in ultimo, sui livelli di cortisolo prodotti.

La resilienza agli stress ambientali (mediata probabilmente dalla modulazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene) sembra essere pesantemente influenzata dalla composizione microbica.

Beh…solo nell’ultima riga del lavoro gli autori sottolineano che tutte queste evidenze dovranno prima o poi auspicabilmente tradursi in raccomandazioni alimentari!

Personalmente trovo che quest’area di ricerca non faccia altro che rafforzare il perchè il nutrimento (e non solo l’alimentazione!) sia capace di giocare un impatto così forte sulla nostra salute.

Non solo quello che mangiamo, quindi, ma anche il flusso delle molecole di emozioni che mettiamo in moto quando mangiamo, e in ogni momento della nostra vita, è in grado di modulare la composizione del microbiota. E attraverso il microbiota, quindi, le nostre emozioni modulano tutti i processi biochimici e metabolici del nostro organismo, in primis il sistema immunitario.

Non perdiamoci di vista, se non vogliamo ritrovarci a parlare “sterilmente” di batteri “buoni” e batteri “cattivi”, di integratori e probiotici…

L’incredibile varietà e variabilità della flora intestinale ci offre una ulteriore riprova di quanto sia importante personalizzare i regimi nutrizionali ed essere pronti a cambiarli quando cambiano le esigenze e le fasi di vita della persona.

E ci offre una chiave di lettura scientifica di come anche gli alimenti abbiano non solo un valore nutrizionale, ma anche un significato nutritivo specifico nell’ambito del percorso di vita di ogni essere umano.

Cibo e inconscio corporeo, un link di automatismi “affettivi”

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Il rapporto che abbiamo con il cibo rimanda a qualcosa che va ben oltre il puro algoritmo matematico del conteggio calorico o il mero bilancio tra i diversi nutrienti.

Da un lato, infatti, gli alimenti non sono solo aggregati chimici, ma portatori di un’informazione energetica più profonda, legata alla natura, alle caratteristiche e alle proprietà dell’alimento stesso. Quello che voglio dire è che, al di là del valore calorico, un tubero che cresce sotto terra ha una valore funzionale, un impatto energetico ben diverso da un vegetale a foglia che si apre verso l’esterno, crescendo esposto al sole, al vento e alle piogge.

Dall’altro lato, tutto questo acquista un preciso significato in relazione all’individuo che metabolizza quel certo alimento: ogni prodotto determinerà un impatto preciso sul temperamento e la personalità dello specifico soggetto, perché le sue caratteristiche gli permettono di metabolizzarlo in un quel certo modo, che sarà diverso da come invece assimila quello stesso alimento un soggetto a costituzione diversa.

Insomma quella tra cibo e personalità è una relazione molto stretta, specifica e unica per ogni individuo, esattamente come è la nostra individualità e il modo in cui ci rapportiamo e facciamo sintesi metabolica del mondo.

Fatta questa doverosa premessa, non solo gli alimenti che scegliamo, ma anche la modalità con la quale ci nutriamo ha un impatto sul metabolismo energetico: ingozzarsi o mangiare con calma non potranno mai produrre lo stesso effetto sull’unità psicofisica che si alimenta, anche a parità di quantità e qualità di cibo ingerito. È infatti evidente che nel modo di mangiare entrano in gioco componenti emozionali di natura molto profonda, che rimandano al primissimo legame con la figura materna che provvedeva al nostro sostentamento. Prima attraverso il calore del latte materno e il contatto con la mammella, poi attraverso mezzi “artificiali” che, comunque, si associano a condotte, sensazioni, emozioni che determinano un imprinting sul bambino.

Lo stato della mamma quando allatta o imbocca il bambino, le sue paure, ossessioni o gioie e divertimenti “nutrono” il bambino tanto quanto la pappa che gli somministra, a volte creando associazioni tra cibi ed emozioni che possono permanere indelebili nella memoria.

Il problema è: in quale memoria del bambino?

E qui viene il bello….entro i primi 2 anni di vita, e soprattutto nei primissimi mesi, il bambino sta ancora sviluppando le sue facoltà razionali di pensiero logico e di verbalizzazione. Il neonato o il bambino piccolo non hanno quel dialogo interno con il quale ”commentano” se quella pappa ha un odore odioso o invitante. I ricordi dei bambini nelle primissime fasi di vita, invece, passano attraverso il corpo, le sue sensazioni, percezioni e impressioni. Quelle memorie, quei ricordi del modo in cui era preso in braccio per essere imboccato o della sensazione provocata dalla mamma che sminuzzava finemente la carne, non sono verbalizzati. Quindi il bambino neanche da adulto potrà raccontarli (memoria dichiarativa o esplicita). Ma li esperirà come sensazioni fisiche (odori, sapori, modi di toccamento) capaci di innescare una certa impressione emotiva (memoria preverbale o implicita). E difficilmente da adulti sappiamo vedere questo collegamento, ma semplicemente ci troviamo a vivere certi stati (e già accorgersi di detti stati è un gran passo!) senza neanche accorgerci cosa li abbia provocati e come si siano innescati. Si tratta cioè di automatismi, di associazioni che si attivano al di fuori della nostra consapevolezza razionale, perchè mediati da meccanismi e processi principalmente corporei, instauratisi quando la capacità di pensiero e di racconto era ancora assente o immatura. Nella migliore delle ipotesi possiamo rivivere quei momento come immagini, ma non abbiamo quel ricordo razionale e verbalizzabile come quando ci chiedono di raccontare del nostro primo amore o cosa abbiamo fatto ieri.

Si tratta di file di archivio “nascosti” in un certo senso, ma che sono costantemente operativi perché si sono formati in quello che è uno degli atti fondamentali nei primi anni di vita, cioè il mangiare, al quale si connette strettamente il modo di vivere e ricercare il piacere.

As usual, quando si mettono in fila parole come cibo-emozioni-madre-affettività sembra che si sia autorizzati a parlare solo dei disturbi alimentari, ma in realtà questo gioco di fattori ci riguarda tutti, tanto nell’aspetto sano quanto nelle piccole “deviazioni” che ognuno di noi ha…e che possono rappresentare la punta di un iceberg sommerso altamente informativo!

Ed è stato mentre mettevo in ordine queste riflessioni che ho trovato dei recenti studi relativi ad una nuova area di ricerca, quella dello svezzamento naturale o autosvezzamento o svezzamento guidato dal bambino. Un po’ come accade per i cuccioli che lasciano in maniera indipendente il latte materno, così i bambini non vengono passivamente o forzatamente imboccati di pappine altamente selezionate. Piuttosto, il bimbo viene lasciato in modo che da solo scelga, afferri e porti con soddisfazione alla bocca gli alimenti (magari fatti a pezzettini, ma comunque nella loro forma naturale, e non in pappa) dalla stessa tavola dove tutti gli altri componenti della famiglia mangiano, esattamente come un cucciolo di animale esplora l’habitat a lui circostante. [Piccola nota di scrittura: mi chiedo perché si usi dire “avere il cervello in pappa”…forse il concetto di pappa andrebbe sul serio rivisto??].

Quello che volevo dire è che questi studi dimostrano che i bambini che hanno praticato lo svezzamento naturale sembrano avere da grandi degli stili alimentari più salutari e un miglior controllo del peso corporeo: hanno meno probabilità di essere sovrappeso e hanno una migliore percezione del senso di sazietà rispetto a quelli svezzati secondo il modello tradizionale.

È chiaro che questo modello potrebbe non essere applicabile a tutti i bambini, anche perché un’altra ricerca ha dimostrato che le mamme più favorevoli a questo nuovo approccio sono quelle con meno ansia e meno atteggiamenti ossessivi

Mamme, sia chiaro che io di bambini non ci capisco niente, eh! Ma osservando i miei pazienti adulti che si esprimono sul loro modo di mangiare, mi sono accorta di non poter fare a meno di risalire a quelle che sono le prime esperienze dell’ infanzia con il cibo, inevitabilmente associate anche a certi modi e caratteristiche, affettive ma non solo, della figura materna. Le acquisizioni delle neuroscienze in termini di apprendimento e memoria implicita permettono oggi di descrivere anche la neurobiologia di questi percorsi.

Vabbè, da domani sarà più arduo per me mangiare in compagnia…😜

Navigazione a vela, metafora del feedback nella rete psicosomatica

emozioni rete psicosomatica

L’idea del feedback deriva dalla cibernetica, lo studio scientifico dei processi di controllo nei vari sistemi. La parola ciber deriva dal greco kybernetes, che indica “colui che pilota”, ovvero ”il timoniere” di una nave. Ora, il timoniere governa la nave regolando di continuo la barra del timone in risposta alle informazioni, ovvero al feedback, che riceve da letture visive, o grazie alla vista o mediante strumenti. L’errore più comune del marinaio inesperto, in preda all’ansia, consiste nel tesare le vele prima ancora di ricevere informazioni sulle variazioni di velocità e direzione della nave. Ho dovuto imparare ad aspettare secondi, o anche minuti interi, prima che la vela prenda il vento e il timoniere regoli la barra di conseguenza, e soltanto allora potevo sfruttare le informazioni, ossia il feedback, per manovrare correttamente le vele.

E lo stesso principio vale nella rete psicosomatica, che è analoga a una regata, in quanto effetto di una serie di circuiti di feedback. Le cellule non fanno che inviare segnali alle altre mediante il rilascio di neuropeptidi che si legano ai recettori. Le cellule che li ricevono, come il timoniere o il marinaio addetto alle vele, rispondono con alcune modificazioni fisiologiche. Questi cambiamenti a loro volta ritrasmettono informazioni alle cellule che producono i peptidi, indicando quanto se ne deve secernere in più o in meno. È così che tanto il corpo quanto la barca possono procedere, grazie a una serie di rapidi scambi di feedback.

Un sistema è sano o integro quando questi scambi sono rapidi e non incontrano ostacoli, sia che avvenga tra peptidi e recettori, sia tra il comandante e il timoniere.

Più il ciclo completo del feedback è rapido o serrato, maggiore è l’intelligenza del sistema, sia che venga utilizzato per conservarlo in salute sia per vincere la regata.

Io penso che sia preferibile considerare le molecole e gli altri fenomeni fisici come metafore, strumenti che utilizziamo per poter parlare di qualcosa. L’equatore non esiste nella realtà, ma come metafora è molto utile, e durante la navigazione la vita dei passeggeri e dei marinai dipende da questo. La concezione della scienza delle informazioni permette di vedere sotto una nuova luce la teoria che i neuropeptidi e i loro recettori siano le basi biochimiche delle emozioni. Le emozioni sono il contenuto informativo che viene trasmesso nella rete psicosomatica, in un processo al quale partecipano i vari sistemi, organi e cellule del corpo umano. Al pari delle informazioni, dunque, anche le emozioni viaggiano tra i due mondi della mente e del corpo, così come i peptidi e i loro recettori nel regno fisico, e come le sensazioni che sperimentiamo e definiamo col nome di emozioni nel regno non materiale.

Le informazioni, ecco la tessera mancante che ci consente di superare la scissione tra corpo e mente della concezione cartesiana, perché le informazioni, per definizione, non appartengono né al corpo né alla mente, anche se riguardano entrambi. Dobbiamo accettare il fatto che occupano un ambito del tutto nuovo, che la scienza deve ancora esplorare.

La teoria dell’informazione ci consente di sfuggire alla trappola del riduzionismo e ai suoi dogmi: positivismo, determinismo e oggettività. Anche se questi concetti base della scienza occidentale ci sono stati impressi nella coscienza fin dal Cinquecento e Seicento, la teoria delle informazioni costituisce un linguaggio così nuovo, un linguaggio così ricco di relazione, cooperazione, interdipendenza e sinergia, anziché semplice forza e reattività, da aiutarci a uscire dai vecchi schemi di pensiero.

Ora possiamo cominciare a concettualizzare un nuovo modello dell’universo e del posto che occupiamo.

Nella nuova immagine di sé che ne deriva, ciascuno di noi rappresenta un sistema dinamico dotato di costante potenziale di cambiamento, in cui l’autoguarigione costituisce la regola anziché l’eccezione miracolosa.

Una volta riconosciuta la saggezza propria del corpo, ci confrontiamo con un nuovo genere di responsabilità. Non posso continuare a comportarmi come una macchina inanimata che aspetta di essere riparata dal meccanico, altrimenti noto come medico. Ora ho la capacità di intervenire sul mio stesso organismo, per assumere un ruolo attivo nella mia guarigione. Sono al tempo stesso più potente e più responsabile nel creare la salute che vivo, rispetto alla macchina stupida che credevo di essere.

Tratto da Molecole di Emozioni di Candace Pert