Quando il cibo diventa saggezza per se stessi

Alimentazione naturale medicina

“Apparteniamo al movimento terrestre e abbiamo per natura un adattamento ecologico che prevede un cibo adatto a sincronizzarsi con il nostro ecosistema, quindi un cibo del luogo in cui stiamo. […]

Conoscendo meglio le proprietà benefiche della frutta, degli ortaggi e delle erbe, possiamo apprendere anche come variare noi stessi: basta cambiare il cibo e l’organismo si normalizza immediatamente. Ci sono dei momenti in cui è importante mangiare del riso, altre volte l’organismo richiede altri alimenti: più farinacei, più proteine, zuccheri, etc. Con il tempo s’impara. Alla base di come conosciamo noi stessi e gli alimenti, sappiamo scegliere il meglio del momento. Attraverso il cibo si esercita, infatti, una cura medica naturale quale massima cura dell’organismo ed è importante sapere, in ogni occasione, cosa conviene mangiare.

L’uomo in tutto il mondo mangia secondo stereotipi e la medicina dimostra che stiamo male perchè abbiamo un nutrimento innaturale. Io dico, invece, che abbiamo degli stereotipi sbagliati e di conseguenza mangiamo da malati, non sappiamo cogliere la logica dell’ambiente corpo in rapporto alla logica dell’ambiente mondo per godere del metabolismo vivente della natura. […] Curare un piccolo orto dimostra cura intelligente per noi stessi.

Non ricordo di avere fatto una cucina uguale due volte, come un vero artista non fa mai lo stesso quadro. Per fare ogni giorno una Cucina Viva, anzitutto è necessario avere dei prodotti eccellenti di provenienza naturale a disposizione. Allora è facile perchè è lo stesso organismico che chiama l’ottimale del momento.

Come si fa?

Basta mettere insieme gli occhi, la fame, la fantasia e gli alimenti a disposizione per inventare un cibo che dà festa al nostro organismo e piacere ai nostri sensi eterici. Quegli odori, quei sapori, quel calore comincia a fare musica di buon gusto. Cucinare è fare saggezza a se stessi perchè dietro alla cucina c’è la possibilità di metabolizzare sapienza di vita.

Tutti gli alimenti della natura sono buoni. Basta comprenderne l’intrinseca vivacità in relazione al nostro funzionamento organismico e al nostro piacere estetico. Allora anche l’alimentazione diventa un incontro dove la natura si fa creatività lirica”.

Tratto da “La Cucina Viva” di Antonio Meneghetti.

Microbiota intestinale: l’intelligenza sciame del nostro intestino!

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Vie di comunicazione bi-direzionale tra microbi intestinali e cervello “superiore”.

Il genoma umano non ci bastava e quindi adesso arriva lui, il microbioma, cioè quell’insieme di geni che otteniamo mettendo insieme tutto il materiale genetico proprio della flora batterica intestinale che ci colonizza. Microbiota è il nome che identifica questa massa vivente che abita dentro di noi da “commensale”, cioè che “mangia con noi” e partecipa di ogni nostro processo chimico, organico e non solo. Insomma impossibile sentirsi soli!

Diamo qualche numero: in questa flora ci sono circa 150-200 specie comuni, mentre sarebbero circa 1.000 quello meno frequenti. I geni di questi microbi sono numericamente 100 volte superiori rispetto ai nostri…e la maggior parte di queste specie è anaerobia, cioè vive senza ossigeno. Il peso totale di questi microbi nell’intestino di un adulto è, guarda caso, all’incirca pari al peso del nostro cervello…quello che si dà le arie ai piani alti (mentre  ai piani bassi le arie si fanno…😂).

Sembrerebbe che noi siamo in qualche modo “dipendenti” dalla miriade di prodotti neurochimici elaborati dai nostri microbi. Per esempio, il nostro sistema serotoninergico, che è fondamentale per la nostra attività emozionale tanto nel cervello intestinale quanto in quello cerebrale, non si sviluppa adeguatamente in assenza di microbi! (clicca qui per il lavoro completo).

In un recente lavoro di cui riporto qualche passaggio, i microbi intestinali sono considerati parte di un inconscio collettivo che regola i nostri comportamenti. Eh già, anche Jung qualche pezzo se l’era perso! Nella comunicazione bi-direzionale tra intestino e cervello, il ruolo che il microbiota gioca nella regolazione dei processi cerebrali rappresenta oggi una delle aree più affascinanti della medicina. Di certo sappiamo che questo ammasso di micro-organismi determina delle funzioni vitali, essenziali per la nostra salute, inclusa l’elaborazione dei cibi, la digestione dei polisaccaridi complessi, la sintesi di vitamine e l’inibizione di patogeni.

Senza scordare che nel dialogo intestino-microbiota-cervello entra in gioco l’essenziale regolazione del sistema immunitario…per cui il microbiota ha un impatto diretto anche sul nostro sistema immunitario, così come il nostro esercito della difesa, a sua volta, contribuisce a mantenere l’omeostasi all’interfaccia tra superficie intestinale e microbi. Insomma, esiste un patto di non belligeranza, almeno fino a che qualcosa non cambia e la pacifica convivenza si rompe, determinando una sregolazione della risposta immunitaria e/o dell’aggressività degli ex-amici microbi.

Ecco, qui viene il bello…cosa può intervenire nel rompere questo stato idilliaco di pacifica convivenza?

Se è vero che le attuali ricerche sulla flora microbica che abita nel nostro intestino stanno dando un nuovo impulso alla comprensione della relazione che esiste tra intestino e cervello, è anche vero però che non si può perdere di vista “l’entità” che ospita questa popolazione di micro-organismi…

Il microbiota cioè è inserito nel contesto di un essere vivente che pensa, sente e si emoziona e traduce tutto questo in un linguaggio biochimico fatto di neurotrasmettitori, che sono gli stessi tanto nel cervello intestinale quanto in quello cerebrale. È chiaro che il microbiota influenza, ma è anche influenzato, da questi eventi!

I batteri del nostro intestino “dialogano” con i nostri neurotrasmetittori! Sono in grado di produrli, di modularne la concentrazione, determinando un effetto sull’attività neuronale del nostro cervello intestinale..e quindi, in sostanza, su ciò che la nostra pancia “sente”.

Possiamo immaginare iI microbiota come un mediatore “vivo” e fatto su misura per noi (neanche i gemelli hanno un identico pool di microbi!), capace di cogliere e interpretare tutto quello che si svolge all’interfaccia tra noi e il mondo esterno (ricordiamo che tutto il tubo intestinale è un’invaginazione di una superficie di comunicazione tra noi e l’ambiente fuori), e di tradurlo in processi biochimici, metabolici, che influenzano l’attività del cervello del piano di sopra. Oltre a tutti gli altri processi diffusi nel nostro organismo.

Insomma, l’intelligenza della nostra pancia si avvale anche dell’intelligenza sciame prodotta dai nostri microbi. Parliamo di quella swarm intelligence che, per capirci, caratterizza in maniera esemplare la vita delle api, così come di tante altre specie animali, dimostrando che intelligenza e cervello sono due cose ben diverse

Ecco perché se la ricerca sul microbiota si dirige verso autismo, Alzheimer e così via, uno degli aspetti che continuo a trovare più interessanti della faccenda è il ruolo che questi “sporchi amichetti” hanno nella regolazione della risposta allo stress, e in particolare dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene.

La composizione del microbiota determina il modo in cui elaboriamo le informazioni emozionali. In modelli sperimentali animali si è visto che il trapianto di microbiota può trasformare un topo ansioso in uno non ansioso. Sugli uomini sono stati condotti studi con risonanza magnetica funzionale per evidenziare come l’assunzione di probiotici impatti sui processi di elaborazione cerebrale e, in ultimo, sui livelli di cortisolo prodotti.

La resilienza agli stress ambientali (mediata probabilmente dalla modulazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene) sembra essere pesantemente influenzata dalla composizione microbica.

Beh…solo nell’ultima riga del lavoro gli autori sottolineano che tutte queste evidenze dovranno prima o poi auspicabilmente tradursi in raccomandazioni alimentari!

Personalmente trovo che quest’area di ricerca non faccia altro che rafforzare il perchè il nutrimento (e non solo l’alimentazione!) sia capace di giocare un impatto così forte sulla nostra salute.

Non solo quello che mangiamo, quindi, ma anche il flusso delle molecole di emozioni che mettiamo in moto quando mangiamo, e in ogni momento della nostra vita, è in grado di modulare la composizione del microbiota. E attraverso il microbiota, quindi, le nostre emozioni modulano tutti i processi biochimici e metabolici del nostro organismo, in primis il sistema immunitario.

Non perdiamoci di vista, se non vogliamo ritrovarci a parlare “sterilmente” di batteri “buoni” e batteri “cattivi”, di integratori e probiotici…

L’incredibile varietà e variabilità della flora intestinale ci offre una ulteriore riprova di quanto sia importante personalizzare i regimi nutrizionali ed essere pronti a cambiarli quando cambiano le esigenze e le fasi di vita della persona.

E ci offre una chiave di lettura scientifica di come anche gli alimenti abbiano non solo un valore nutrizionale, ma anche un significato nutritivo specifico nell’ambito del percorso di vita di ogni essere umano.

Cibo e inconscio corporeo, un link di automatismi “affettivi”

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Il rapporto che abbiamo con il cibo rimanda a qualcosa che va ben oltre il puro algoritmo matematico del conteggio calorico o il mero bilancio tra i diversi nutrienti.

Da un lato, infatti, gli alimenti non sono solo aggregati chimici, ma portatori di un’informazione energetica più profonda, legata alla natura, alle caratteristiche e alle proprietà dell’alimento stesso. Quello che voglio dire è che, al di là del valore calorico, un tubero che cresce sotto terra ha una valore funzionale, un impatto energetico ben diverso da un vegetale a foglia che si apre verso l’esterno, crescendo esposto al sole, al vento e alle piogge.

Dall’altro lato, tutto questo acquista un preciso significato in relazione all’individuo che metabolizza quel certo alimento: ogni prodotto determinerà un impatto preciso sul temperamento e la personalità dello specifico soggetto, perché le sue caratteristiche gli permettono di metabolizzarlo in un quel certo modo, che sarà diverso da come invece assimila quello stesso alimento un soggetto a costituzione diversa.

Insomma quella tra cibo e personalità è una relazione molto stretta, specifica e unica per ogni individuo, esattamente come è la nostra individualità e il modo in cui ci rapportiamo e facciamo sintesi metabolica del mondo.

Fatta questa doverosa premessa, non solo gli alimenti che scegliamo, ma anche la modalità con la quale ci nutriamo ha un impatto sul metabolismo energetico: ingozzarsi o mangiare con calma non potranno mai produrre lo stesso effetto sull’unità psicofisica che si alimenta, anche a parità di quantità e qualità di cibo ingerito. È infatti evidente che nel modo di mangiare entrano in gioco componenti emozionali di natura molto profonda, che rimandano al primissimo legame con la figura materna che provvedeva al nostro sostentamento. Prima attraverso il calore del latte materno e il contatto con la mammella, poi attraverso mezzi “artificiali” che, comunque, si associano a condotte, sensazioni, emozioni che determinano un imprinting sul bambino.

Lo stato della mamma quando allatta o imbocca il bambino, le sue paure, ossessioni o gioie e divertimenti “nutrono” il bambino tanto quanto la pappa che gli somministra, a volte creando associazioni tra cibi ed emozioni che possono permanere indelebili nella memoria.

Il problema è: in quale memoria del bambino?

E qui viene il bello….entro i primi 2 anni di vita, e soprattutto nei primissimi mesi, il bambino sta ancora sviluppando le sue facoltà razionali di pensiero logico e di verbalizzazione. Il neonato o il bambino piccolo non hanno quel dialogo interno con il quale ”commentano” se quella pappa ha un odore odioso o invitante. I ricordi dei bambini nelle primissime fasi di vita, invece, passano attraverso il corpo, le sue sensazioni, percezioni e impressioni. Quelle memorie, quei ricordi del modo in cui era preso in braccio per essere imboccato o della sensazione provocata dalla mamma che sminuzzava finemente la carne, non sono verbalizzati. Quindi il bambino neanche da adulto potrà raccontarli (memoria dichiarativa o esplicita). Ma li esperirà come sensazioni fisiche (odori, sapori, modi di toccamento) capaci di innescare una certa impressione emotiva (memoria preverbale o implicita). E difficilmente da adulti sappiamo vedere questo collegamento, ma semplicemente ci troviamo a vivere certi stati (e già accorgersi di detti stati è un gran passo!) senza neanche accorgerci cosa li abbia provocati e come si siano innescati. Si tratta cioè di automatismi, di associazioni che si attivano al di fuori della nostra consapevolezza razionale, perchè mediati da meccanismi e processi principalmente corporei, instauratisi quando la capacità di pensiero e di racconto era ancora assente o immatura. Nella migliore delle ipotesi possiamo rivivere quei momento come immagini, ma non abbiamo quel ricordo razionale e verbalizzabile come quando ci chiedono di raccontare del nostro primo amore o cosa abbiamo fatto ieri.

Si tratta di file di archivio “nascosti” in un certo senso, ma che sono costantemente operativi perché si sono formati in quello che è uno degli atti fondamentali nei primi anni di vita, cioè il mangiare, al quale si connette strettamente il modo di vivere e ricercare il piacere.

As usual, quando si mettono in fila parole come cibo-emozioni-madre-affettività sembra che si sia autorizzati a parlare solo dei disturbi alimentari, ma in realtà questo gioco di fattori ci riguarda tutti, tanto nell’aspetto sano quanto nelle piccole “deviazioni” che ognuno di noi ha…e che possono rappresentare la punta di un iceberg sommerso altamente informativo!

Ed è stato mentre mettevo in ordine queste riflessioni che ho trovato dei recenti studi relativi ad una nuova area di ricerca, quella dello svezzamento naturale o autosvezzamento o svezzamento guidato dal bambino. Un po’ come accade per i cuccioli che lasciano in maniera indipendente il latte materno, così i bambini non vengono passivamente o forzatamente imboccati di pappine altamente selezionate. Piuttosto, il bimbo viene lasciato in modo che da solo scelga, afferri e porti con soddisfazione alla bocca gli alimenti (magari fatti a pezzettini, ma comunque nella loro forma naturale, e non in pappa) dalla stessa tavola dove tutti gli altri componenti della famiglia mangiano, esattamente come un cucciolo di animale esplora l’habitat a lui circostante. [Piccola nota di scrittura: mi chiedo perché si usi dire “avere il cervello in pappa”…forse il concetto di pappa andrebbe sul serio rivisto??].

Quello che volevo dire è che questi studi dimostrano che i bambini che hanno praticato lo svezzamento naturale sembrano avere da grandi degli stili alimentari più salutari e un miglior controllo del peso corporeo: hanno meno probabilità di essere sovrappeso e hanno una migliore percezione del senso di sazietà rispetto a quelli svezzati secondo il modello tradizionale.

È chiaro che questo modello potrebbe non essere applicabile a tutti i bambini, anche perché un’altra ricerca ha dimostrato che le mamme più favorevoli a questo nuovo approccio sono quelle con meno ansia e meno atteggiamenti ossessivi

Mamme, sia chiaro che io di bambini non ci capisco niente, eh! Ma osservando i miei pazienti adulti che si esprimono sul loro modo di mangiare, mi sono accorta di non poter fare a meno di risalire a quelle che sono le prime esperienze dell’ infanzia con il cibo, inevitabilmente associate anche a certi modi e caratteristiche, affettive ma non solo, della figura materna. Le acquisizioni delle neuroscienze in termini di apprendimento e memoria implicita permettono oggi di descrivere anche la neurobiologia di questi percorsi.

Vabbè, da domani sarà più arduo per me mangiare in compagnia…😜