Emozioni tra psiche e soma: il copione biologico

Emozioni tra psiche e soma: il copione biologico

Nel precedente post sul tema delle emozioni concludevamo che le emozioni messe al bando, non legittimate a livello cosciente, si aprono una breccia e assalgono il corpo. In sostanza si paga sul corpo ciò che viene rifiutato a livello cosciente.

In questo post capiamo meglio cosa significa e cosa implica in termini biologici e cellulari rinnegare un vissuto percettivo-emotivo.

Capasso emozioni bioexplorer

Ogni sensazione emotiva si associa alla produzione di specifiche molecole dette neuropeptidi o neurotrasmettitori. Quando un’emozione non viene legittimata (per i motivi spiegati nel primo post della saga), questa viene memorizzata, immagazzinata a livello corporeo in forma di circuito biologico, fatto di cellule che producono molecole corrispondenti ai vissuti rinnegati. Questo circuito entra in attivazione in forma di loop, in una sorta di copione teatrale che le cellule recitano, imparano a memoria attraverso la ripetizione nel tempo, diventando sempre più brave ed efficienti.

Potremmo dire che la finzione che instauriamo con noi stessi trova un vero e proprio correlato biologico nella ripetizione continua – a tratti ossessiva – di quel circuito cellulare che descrive l’emozione non accettata.

Nel mio lavoro quotidiano con il Bioexplorer, questo è esattamente quello che vedo: informazioni emozionali “incastonate” nelle memorie delle cellule, consentendo la descrizione della qualità dell’emozione coinvolta e la datazione della situazione associata all’emozione non risolta. Questo desta nelle persone sempre molto stupore, ma non dovrebbe sconvolgere poi troppo toccare con mano come il corpo racconti i nostri vissuti con una precisione a tratti imbarazzante rispetto alla nostra capacità di verbalizzazione!

Le memorie cellulari “tradiscono” il verbalizzato della persona

Molte volte la persona è convinta di aver “archiviato” un certo fatto, ma le memorie cellulari “tradiscono” il fatto che invece quella situazione è viva come se stesse accadendo sotto i suoi occhi in quel preciso momento. Poco importa per il corpo che la persona non si renda conto di questa ferita ancora aperta. Il nostro personale teatro si traduce infatti in quella che per il corpo è pura realtà, una realtà che può portare all’instaurarsi di processi patologici.

memorie cellulari emozioni

A seconda della fase di vita nella quale questi primi vissuti emotivo-corporei hanno generato l’imprinting distorsivo, i modelli di comportamento biologico associati informeranno le nostre aree cerebrali più primitive, quelle che sono accolte nel cuore (appunto!) dei nostri emisferi cerebrali (talamo/ipotalamo, amigdala/sistema limbico).

Ecco che quelle prime memorie cellulari distorte vengono a rappresentare la prima pietra sulla quale nel tempo costruiamo la nostra “chiesa”, tempio sacro e “protetto” delle nostre falsità, rivolte innanzitutto verso noi stessi. Dal cuore del cervello, andremo a scrivere informazioni distorte negli strati via via più esterni della corteccia cerebrale.

L’originario vissuto percettivo-emotivo-corporeo non legittimato viene così a rappresentare le fondamenta (posticce, ahimè) di un edificio fatto di idee, pensieri, valori, convinzioni e comportamenti che impileremo, mattone dopo mattone, nel tentativo di creare una facciata che sia coerente, ma il cui compito primario è mantenere nascosto quel contenuto originario che ancora percepiamo come minaccia per la nostra sopravvivenza.

Questa torre dell’auto-inganno da adulti andrà smontata pezzo per pezzo, strato dopo strato (perché la natura non fa salti!), per permettere di ritrovare quel nucleo di emozionalità che, seppur “spaventoso”, cela in sé la chiave di accesso alla nostra autenticità.

Le Emozioni, molecole tra Psiche e Soma

Le Emozioni, molecole tra Psiche e Soma

Nei prossimi post riportiamo, divisa in più “puntate”, la relazione tenuta lo scorso 29 Giugno nell’ambito della Conferenza Internazionale sull’Educazione Emozionale, organizzata dall’Asilo nel Bosco di Ostia (per gli interessati, qui trovate un breve video sintetico dell’evento, realizzato dalla Confederazione Internazionale degli Asili nel Bosco!). Enjoy! 😉

Emozioni e Cuore

Quando parliamo di emozioni, facciamo tutti istintivamente riferimento al cuore, inteso come pompa muscolare. Nella tradizione della Medicina Cinese, invece, il cuore non è l’organo muscolare, ma piuttosto la cavità, gli spazi, delimitati dalle pareti muscolari. Il cuore, cioè, è quello spazio pronto ad accogliere il sangue e a farlo fluire verso tutti gli organi e distretti corporei, con lo scopo di nutrirli.

emozioni e cuore

L’ideogramma del cuore

Va detto che il sangue, oltre ad essere il mezzo che trasporta il nutrimento, cioè il veicolo di nutrienti derivanti dall’alimentazione, è da millenni descritto nelle antiche tradizioni orientali anche come veicolo di emozioni. Questo fatto noi occidentali lo abbiamo compreso scientificamente grazie alla scoperta dei neurotrasmettitori o neuropeptidi (adrenalina, serotonina, dopamina, etc.), cioè quelle molecole che traducono nel linguaggio biologico delle cellule i nostri vissuti emozionali, le nostre reazioni più immediate, instintive e spontanee (rabbia, paura, dolore, etc.).

Ecco che il vuoto del cuore messo in evidenza dalla medicina cinese diventa maggiormente comprensibile: il cuore è quello spazio pronto ad accogliere le nostre emozioni e lasciarle poi liberamente fluire. Questo significa anche che tutto il nostro organismo è informato sui nostri vissuti emozionali, attraverso i neuropeptidi che viaggiano nel sangue.

Questo è del tutto coerente con la visione dell’uomo come unità: non esiste parte del corpo che non sappia cosa stia accadendo all’estremità opposta. Mi piace immaginarci come una fitta rete di comunicazione autostradale dove incessantemente le molecole, le informazioni, viaggiano per connettere organi e apparati affinché l’informazione sia sempre una e la stessa per tutte le cellule. La natura cioè ha predisposto una perfetta sincronizzazione e orchestrazione del corpo affinché ogni parte attui il proprio compito con le modalità che le sono proprie, ma sempre con lo stesso obiettivo comune.

Emozioni tra Cuore e Intestino!

Sarà un caso che l’agopunto che identifica il cuore è sul dito mignolo proprio a fianco dell’agopunto che fa riferimento all’intestino tenue? Ecco che cuore e intestino si configurano come un unico sistema funzionale, quasi come fossero un unico organo. Perché?

digerire le emozioni

La continuità tra gli agopunti Intestino e Cuore nel dito mignolo

L’intestino metabolizza gli alimenti, li digerisce e assolve la fondamentale funzione di separare il puro dall’impuro, cioè discriminare cosa tenere, assorbire e farne un mattoncino per il proprio edificio, e cosa invece eliminare perché di troppo, tossico. Analogamente accade per i vissuti emozionali. Il cervello dell’intestino è il primo metabolizzatore delle nostre esperienze emozionali: sta a lui il compito di discriminare, nell’ambito delle esperienze che viviamo, tra ciò che deve essere tenuto ed elaborato per la crescita della nostra persona e cosa deve essere lasciato andare. Questa “elaborazione” viene poi comunicata al cuore, che la accoglie e la diffonde a tutte le cellule.

Quando mettiamo in atto questi programmi biologici di risposta emozionale, è previsto che esaurita la circostanza specifica che l’ha innescata, anche la risposta biologica si spenga, esattamente come quando usiamo un file sul PC e poi lo chiudiamo. Sarebbe tutto perfetto nella logica di natura, se non fosse che alcuni di questi meccanismi possono “incepparsi”. Esattamente come quando un file rimane aperto in background nel computer, continuando ad essere operativo e a impiegare risorse di sistema, e noi neanche ce ne accorgiamo.

La stessa cosa può accadere nel nostro corpo.

I parassiti e la “non belligeranza” nel nostro intestino!

I parassiti e la “non belligeranza”
nel nostro intestino!

Uno dei temi più cari nella mia attività è l’asse intestino-cervello e i fattori che entrano in gioco nella sua modulazione: emozioni, cibo e microbiota.

Oggi aggiungiamo un altro tassello non trascurabile a questo puzzle e parliamo di parassiti. Ma prima facciamo un po’ di sintesi…

microbiota asse intestino-cervello

Intestino, cervello e sistema immunitario

Abbiamo spesso parlato di come l’intestino giochi un ruolo chiave nell’efficienza del sistema immunitario.

 Ed abbiamo anche affrontato il tema di come la nostra pancia ospiti un cervello intelligente che comunica in maniera integrata con il cervello dei “piani alti”.

Per dirla in altre parole, l’equilibrio del nostro sistema immunitario, sempre dinamico ed estremamente complesso, dipende strettamente da quell’autostrada bidirezionale di comunicazione che scorre tra intestino e sistema nervoso centrale (che include tanto il midollo spinale quanto l’encefalo). Una comunicazione fatta di segnali chimici, metabolici, ma anche fisici, perché la connessione esistente tra intestino e cervello è tangibile attraverso le fibre nervose che dalla periferia del sistema nervoso viscerale raggiungono le aree centrali di comando.

Nel ricordare che la maggior parte delle informazioni scorrono dal basso verso l’alto, mettiamo un po’ d’ordine sulla tipologia di queste informazioni, tutte strettamente inter-relate tra loro nell’equilibrio dinamico tra salute e malattia! Precisiamo che per certi versi può risultare piuttosto arbitraria la distinzione tra segnali “esterni” ed “interni”, perché tutto ciò che viene da “fuori” viene comunque metabolizzato all’interno secondo algoritmi specifici dell’individuo, determinando un output quindi del tutto personalizzato.

  • I vissuti emotivi, sia interni che innescati da situazioni esterne, che si traducono nel rilascio di neuropeptidi (le cosiddette molecole di emozioni) con un effetto pleiotropico nel nostro organismo (ad esempio: sulle cascate ormonali, sulla liberazione di fattori infiammatori e/o immuno-modulanti, sulla regolazione della trascrizione genica);
  • il cibo, che con la sua metabolizzazione agisce sugli stessi percorsi sopra descritti. Come detto più volte, tanto il cibo quanto le emozioni si muovono lungo una via finale comune;
  • il microbiota, cioè tutte quelle popolazioni batteriche che con-vivono nei nostri metri d’intestino e che arricchiscono il nostro pool di geni. Se in linea di massima questa miriade di germi sostiene i nostri processi fisiologici in quella che potrebbe essere un esempio di meravigliosa simbiosi, è anche vero però che può contrastarli contribuendo al determinismo di processi patologici.

In questo complesso network, che è piuttosto difficile da studiare ”tutto insieme”, c’è un ulteriore elemento ancora troppo poco conosciuto, nonostante se ne parli abbondantemente nella letteratura scientifica: i parassiti, che insieme alle popolazioni batteriche del microbiota alloggiano nei nostri intestini. La sensazione però è che questo tema rimanga ancora un pezzo “isolato”, non inserito in maniera organica nel dialogo tra gli altri elementi fino ad ora discussi. Il risultato è che il senso del discorso non potrà essere colto in pieno…

parassiti cibo emozioni

Parassiti e microbiota: il patto di non belligeranza…

Per certo anche i parassiti entrano in gioco nella regolazione della risposta immunitaria, in particolare nei meccanismi dell’auto-immunità, potendo arrivare a produrre effetti anche a livello del sistema nervoso centrale. Tali effetti possono variare all’interno di un’ampia gamma, dipendentemente dal tipo di alterazione indotta e dalla localizzazione della stessa (es: andiamo da disturbi della mielinizzazione a disturbi della sfera affettivo-cognitiva).

Cominciamo a fare qualche nome operando una grossa distinzione tra gli organismi unicellulari (protozoi) e pluricellulari (elminti), tralasciando per ora il capitolo comprendente acari, zecche e compagnia varia. Tra i protozoi troviamo l’entamoeba hystolitica, la giardia lambia, il toxoplasma gondii, il trichomonas (sia vaginale che intestinale). Gli elminti comprendono invece i classici “vermi” tipo ascaridi, ossiuri, echinococco, filaria, etc.

Il parassita si nutre a spese dell’ospite su cui vive, che è di specie diversa, e che utilizza come propria nicchia ecologica. Tuttavia definire la patogenicità del parassita, quindi la sua capacità di recare danno, non è affatto banale! I parassiti possono anche fare il loro “sporco” lavoro senza danneggiare l’ospite in maniera ingente, all’interno di quello che definisco un patto di non belligeranza altamente dinamico: le ostilità non si aprono fintantoché non intervenga un qualche fattore a disturbare questo delicato equilibrio biologico.

Tra i fattori che entrano in gioco nella rottura di questo equilibrio troviamo:

  • elevata carica patogena: un alto numero di parassiti o la loro capacità di produrre sostanze particolarmente tossiche può aprire le ostilità;
  • localizzazione di un parassita in un’area non a lui “destinata”: come vedremo nei prossimi post, un parassita può raggiungere il sistema nervoso centrale, portando una serie di conseguenze patologiche;
  • il più importante di tutti, forse, la capacità del sistema immunitario dell’ospite di adattarsi e tenere sotto controllo queste presenze che molto spesso vivono in situazioni “al limite”. Ricordiamoci infatti che non conviene ai parassiti per primi essere troppo aggressivi, pena l’eliminazione dell’ospite che determina la loro stessa sussistenza! Allora, se danno deve essere, che sia poco alla volta, ma prolungato nel tempo, in modo da permettere comunque all’ospite – cioè a noi – di fare “le sue cose” con una certa nonchalance.      

Nella letteratura scientifica, la nostra capacità di gestire questi parassiti è definita come tolleranza alla malattia (disease tolerance), un fenomeno frutto dei processi evolutivi e che ci permette di minimizzare la loro virulenza, anche senza doverne necessariamente ridurre il carico. In buona parte della popolazione, quindi, i parassiti possono coesistere in maniera latente e più o meno silente, senza causare manifestazioni patologiche eclatanti.

tolleranza ai parassiti immunità

“Oh mio dio, come ho preso i parassiti?!”

Questo permette di fare un’importante precisazione: il fatto di “avere” dei parassiti non è in sé e per sé qualcosa che deve generare angoscia, perché tutti li abbiamo! Semmai si tratta di valutare che ruolo “attivo” hanno all’interno della persona, e quale rischio possono rappresentare soprattutto in funzione dell’effetto che producono sul nostro sistema immunitario.

E veniamo all’ultimo punto di oggi: la tolleranza alla malattia è frutto di un contesto di immuno-regolazione che si stabilisce tra ospite e parassita, che è piuttosto improbabile che si mantenga per tutta la vita. Le naturali variazioni della risposta immunitaria verso i parassiti sono oggi oggetto di approfondite ricerche. Anche la loro relazione con i batteri del microbiota è ancora molto poco studiata e compresa!

La risposta immunitaria che attiviamo per gestire i parassiti (limitarne il numero e riparare i danni che creano nei tessuti colonizzati) è quella nota come T-helper di tipo 2. Cioè i parassiti inducono l’attivazione di uno specifico braccio armato del nostro esercito immunitario, che reagisce a botte di fattori infiammatori chiamati interleuchine (IL). Nello specifico, la risposta ai parassiti è caratterizzata dalla produzione di IL-4, IL-5, IL-9 e IL-13. La risposta immunitaria attivata aumenta la produzione del muco, così il tasso di proliferazione e di turn-over delle cellule dell’epitelio intestinale, con lo scopo di evitare delle reazioni aberranti che potrebbero mettere in atto i batteri del microbiota!

La risposta immunitaria di tipo Th2 inoltre aumenta la secrezione delle immunoglobuline E (IgE) e l’attivazione di basofili, eosinofili e mastociti.

Nel corso di infezioni croniche da parassiti, inoltre, il nostro sistema immunitario attiva un meccanismo di auto-regolazione della risposta (basato sulle cellule T regolatorie – Treg), con lo scopo di auto-limitare l’attacco ai parassiti che potrebbe danneggiare anche le nostre stesse strutture. Se tuttavia la persona presenta un deficit di queste cellule Treg che regolano e controllano l’attività immunitaria, l’attacco ai parassiti sarà più aggressivo, riducendo sì la loro carica, ma portando anche ad un aumento del rischio di sviluppare patologie immuno-mediate.

Insomma, davvero un bel melting-pot quello nel nostro intestino…

Approfondimento time

Navigazione a vela, metafora del feedback nella rete psicosomatica

emozioni rete psicosomatica

L’idea del feedback deriva dalla cibernetica, lo studio scientifico dei processi di controllo nei vari sistemi. La parola ciber deriva dal greco kybernetes, che indica “colui che pilota”, ovvero ”il timoniere” di una nave. Ora, il timoniere governa la nave regolando di continuo la barra del timone in risposta alle informazioni, ovvero al feedback, che riceve da letture visive, o grazie alla vista o mediante strumenti. L’errore più comune del marinaio inesperto, in preda all’ansia, consiste nel tesare le vele prima ancora di ricevere informazioni sulle variazioni di velocità e direzione della nave. Ho dovuto imparare ad aspettare secondi, o anche minuti interi, prima che la vela prenda il vento e il timoniere regoli la barra di conseguenza, e soltanto allora potevo sfruttare le informazioni, ossia il feedback, per manovrare correttamente le vele.

E lo stesso principio vale nella rete psicosomatica, che è analoga a una regata, in quanto effetto di una serie di circuiti di feedback. Le cellule non fanno che inviare segnali alle altre mediante il rilascio di neuropeptidi che si legano ai recettori. Le cellule che li ricevono, come il timoniere o il marinaio addetto alle vele, rispondono con alcune modificazioni fisiologiche. Questi cambiamenti a loro volta ritrasmettono informazioni alle cellule che producono i peptidi, indicando quanto se ne deve secernere in più o in meno. È così che tanto il corpo quanto la barca possono procedere, grazie a una serie di rapidi scambi di feedback.

Un sistema è sano o integro quando questi scambi sono rapidi e non incontrano ostacoli, sia che avvenga tra peptidi e recettori, sia tra il comandante e il timoniere.

Più il ciclo completo del feedback è rapido o serrato, maggiore è l’intelligenza del sistema, sia che venga utilizzato per conservarlo in salute sia per vincere la regata.

Io penso che sia preferibile considerare le molecole e gli altri fenomeni fisici come metafore, strumenti che utilizziamo per poter parlare di qualcosa. L’equatore non esiste nella realtà, ma come metafora è molto utile, e durante la navigazione la vita dei passeggeri e dei marinai dipende da questo. La concezione della scienza delle informazioni permette di vedere sotto una nuova luce la teoria che i neuropeptidi e i loro recettori siano le basi biochimiche delle emozioni. Le emozioni sono il contenuto informativo che viene trasmesso nella rete psicosomatica, in un processo al quale partecipano i vari sistemi, organi e cellule del corpo umano. Al pari delle informazioni, dunque, anche le emozioni viaggiano tra i due mondi della mente e del corpo, così come i peptidi e i loro recettori nel regno fisico, e come le sensazioni che sperimentiamo e definiamo col nome di emozioni nel regno non materiale.

Le informazioni, ecco la tessera mancante che ci consente di superare la scissione tra corpo e mente della concezione cartesiana, perché le informazioni, per definizione, non appartengono né al corpo né alla mente, anche se riguardano entrambi. Dobbiamo accettare il fatto che occupano un ambito del tutto nuovo, che la scienza deve ancora esplorare.

La teoria dell’informazione ci consente di sfuggire alla trappola del riduzionismo e ai suoi dogmi: positivismo, determinismo e oggettività. Anche se questi concetti base della scienza occidentale ci sono stati impressi nella coscienza fin dal Cinquecento e Seicento, la teoria delle informazioni costituisce un linguaggio così nuovo, un linguaggio così ricco di relazione, cooperazione, interdipendenza e sinergia, anziché semplice forza e reattività, da aiutarci a uscire dai vecchi schemi di pensiero.

Ora possiamo cominciare a concettualizzare un nuovo modello dell’universo e del posto che occupiamo.

Nella nuova immagine di sé che ne deriva, ciascuno di noi rappresenta un sistema dinamico dotato di costante potenziale di cambiamento, in cui l’autoguarigione costituisce la regola anziché l’eccezione miracolosa.

Una volta riconosciuta la saggezza propria del corpo, ci confrontiamo con un nuovo genere di responsabilità. Non posso continuare a comportarmi come una macchina inanimata che aspetta di essere riparata dal meccanico, altrimenti noto come medico. Ora ho la capacità di intervenire sul mio stesso organismo, per assumere un ruolo attivo nella mia guarigione. Sono al tempo stesso più potente e più responsabile nel creare la salute che vivo, rispetto alla macchina stupida che credevo di essere.

Tratto da Molecole di Emozioni di Candace Pert

Scoperto il “ponte” tra cervello e sistema immunitario

È di pochi giorni fa la notizia che è rimbalzata su tutti i social, cioè la scoperta di una fitta rete di vasi linfatici presenti nelle nostre meningi (la membrana che riveste e avvolge il nostro encefalo) e che rappresenterebbe il link mancante tra sistema nervoso centrale – cervello – e sistema immunitario. Leggendo l’articolo originale – che in sostanza è una ricerca di biologia di base, estremamente tecnicista – sono diverse le considerazioni che meritano attenzione e che forse non sono emerse con il giusto peso.

1) Colpisce lo stupore degli stessi scienziati nell’essersi resi conto che ancora esistono delle macchie cieche sulla nostra anatomia: “Non credevo che ci fossero strutture del corpo di cui non fossimo a conoscenza. Pensavo che questo tipo di scoperte si fosse concluso a metà del secolo scorso”. E invece no, siamo nel 2015, e va da sé che abbiamo ancora tempo di trovare qualche pezzo mancante….

 2) Indovinate come mai è stato possibile fare questa scoperta? Ci stiamo magicamente rendendo conto che analizzare organi e tessuti “morti” (a questo punto poca differenza fa che siano di topo o di uomo…) forse non aumenta la dignità scientifica del mio operato. Mi spiego meglio: nell’attuale paradigma (e in un prossimo post torneremo meglio sul valore di questo termine) è scientifico ciò che risponde a determinati criteri FORMALI. Quindi posso realizzare un esperimento raffinato e spettacolare, rigorosamente scientifico, su cadaveri e ottenere risultati altrettanto rigorosamente “scientifici” ma irreali, cioè non applicabili alla realtà di un essere vivente. Ad esempio, questa scoperta è stata fatta perché i ricercatori hanno avuto la brillante intuizione di analizzare il tessuto con una lavorazione non ordinaria, e cioè, in via straordinaria, lo hanno studiato nella sua immediata condizione fisiologica. “Se avessimo fatto come nella procedura standard (che in sostanza analizza un tessuto non più vitale) non avrebbe funzionato e le minute strutture del sistema linfatico meningeo non sarebbero state osservabili”.

 3) Quali sono le ricadute di questa scoperta? Ovviamente le implicazioni sono tutte relative allo studio e alla cura di varie malattie neurologiche, a partire dalla sclerosi multipla all’Alzheimer etc. E va benissimo, ma vorrei sapere perché non si menzioni neanche che la scoperta di questo collegamento possa avere importanti ricadute nella comprensione di come i processi di elaborazione/integrazione legati alle emozioni, alla logica e al pensiero possano direttamente impattare il sistema immunitario. E da qui, in pratica, scatta la potenziale connessione con la maggioranza delle alterazioni patologiche che conosciamo.

Questa scoperta, quindi, dovrebbe essere ricordata perchè ci riguarda tutti in ogni momento della vita: ciò che elaboriamo nella testa, che sia un’emozione o un pensiero, può avere un’immediata ricaduta sulla funzionalità del nostro sistema immunitario. Le emozioni, in particolare, al di là del fatto che siano vissute ed esperite a livello conscio o inconscio, vengono trascritte a livello biologico tramite molecole chiamate neurotrasmettitori o neuropeptidi (le celebri noradrenalina, serotonina, e tante altre). È ampiamente noto che questi neuropeptidi sono tra i più potenti immunomodulatori che conosciamo (vedi link in fondo). Le cellule del sistema immunitario, infatti, hanno sulla loro superficie praticamente tutti i tipi di recettori dei neuropeptidi (le nostre “molecole di emozioni”) e possono esse stesse produrne, determinando quello che viene chiamato il “dialogo reciproco” (cross-talk) tra sistema nervoso e sistema immunitario. L’azione dei neuropeptidi (la traduzione biologica dei nostri vissuti emotivi) può portare ad una depressione della nostra capacità di risposta immunitaria oppure attivarla in maniera impropria (come nei processi allergici o nelle malattie infiammatorie immune-mediate). È evidente che in questa regolazione subentrano tanti fattori fra loro diversamente inter-relati (inclusi l’alimentazione, che agisce anche su questo tipo di network, e la ripetizione nel tempo di certi stimoli/risposte), quindi non si può derivare nessuna conclusione semplicistica. Ma il dato è questo. E il passaggio è ora ben caratterizzato anche in termini anatomici.

Nello spiegare alle persone che certe alterazioni funzionali od organiche possono essere legate anche a modi di vivere, di sentire e di reagire interiormente, una delle prime reazioni generalmente è: “Ma allora me lo sto inventando? Mica sarò matto, io il problema ce l’ho!”. E infatti nessuno si inventa niente, perchè ogni nostro moto interiore si associa ad un movimento nel cervello che determina realtà, produce un effetto sul piano biologico e, ora che conosciamo anche il “ponte” anatomico (sempre che non ce ne siano altri…), una ricaduta anche sul sistema immunitario.

Quindi, questa scoperta non riguarda solo i ricercatori impegnati nella lotta all’Alzheimer e alla sclerosi multipla, ma ci riguarda tutti, nella responsabilità ultima che ci vede sempre protagonisti verso il nostro stato di salute.

Per chi vuole approfondire

Segnalo questi due lavori, il primo a carattere generale, il secondo che focalizza su un neuropeptide specifico che è il VIP, a titolo esemplificativo della potenza di queste molecole di emozioni: