La Vita nella pancia, tra probiotici (?) ed emozioni…

La vita nella pancia, tra probiotici (?) ed emozioni…

Ho cominciato ad occuparmi di intestino che ero ancora una studentucola universitaria. Ho avuto la fortuna di fare incontri che 20 anni fa mi permisero di inquadrare la faccenda in modo non dico tanto originale, ma sicuramente avanzato.

In fondo, basta prendere in mano un libro di embriologia per capire che l’intestino è sede del primo nucleo di percezione dell’essere umano, e non a caso in tante tradizioni antiche è proprio la pancia ad essere strumento di conoscenza intuitiva, precisa ed autentica.

20 anni fa studiavo dall’unico libro esistente in italiano, appena tradotto peraltro, sulla neurogastroenterologia che, combinata ai primordi della PNEI, permetteva di capire come, grazie ai neuropeptidi, la pancia pensasse, sentisse e si emozionasse esattamente come il nostro cervello, anticipando però qualsiasi mediazione e distorsione razionale.

Microbiota e microbioma:
il capro espiatorio di ultimo grido!

Capasso bioexplorer intestino

Poi arriva il tormentone del microbiota e del microbioma: i geni dei microbi che ospitiamo sono numericamente di gran lunga superiori ai nostri, al punto che sarebbe meglio dire che siamo noi ad essere ospiti loro, e non viceversa.

“Fico!”, mi dico: la pancia è un’entità “viva” a tutti gli effetti! Virus, batteri, parassiti sentono con noi, si emozionano con noi e si ammalano con noi. Anzi, a volte è il loro disequilibrio a scatenare alcune nostre patologie. E ormai la scienza ne ha evidenza.

D’altra parte non è una novità che il nostro organismo si sia evoluto anche attraverso la convivenza con i microorganismi: i nostro preziosi mitocondri altro non sono che vestigia di batteri in originaria simbiosi e che alla fine si sono integrati nelle nostre funzioni cellulari.

Ma oggi tutto questo è diventato una mera leva di mercato: e il problema non è tanto negli interessi che smuove, quanto nel fatto che sia i pazienti che noi ricercatori e medici stiamo perdendo di vista l’interezza del quadro.

Al grido di “Tanto male non fa!”

Non passa giorno che non venga sbandierato uno studio che dimostra come la patologia tal de’ tali sia correlata ad un’alterazione del microbiota.

Grazie, fa piacere che la scienza lo dimostri, ma se ogni malattia racconta un disagio della persona in primis, è ovvio che tutta la popolazione vitale con cui è in comunione esprima anch’essa una qualche distorsione.

Ovviamente la conseguenza è che ormai esiste un probiotico per tutto. E soprattutto, non esce più nessuno da un ambulatorio medico, di qualunque natura, senza il suo bel carico di probiotici. Amen.

C’è chi ci guadagna, ma in fondo siamo tutti contenti perché non si tratta di farmaci ma di rimedi “naturali”, e il paziente è contento perché ancora una volta qualcuno ha trovato il capro espiatorio di ultimo grido: il microbiota.

Si tratta di una realtà così grande e complessa che dire che sappiamo cosa accade quando si somministra un probiotico è un atto di presunzione. Come sempre, gli studi in letteratura dicono tutto e il contrario di tutto al riguardo. Lo sapete?

Capire se intervenire con un probiotico e con quale probiotico deve essere il frutto di un’attenta valutazione personalizzata, caso per caso. Perché non tutti ne traggono beneficio, e anzi può anche essere dannoso (leggi qui per più info). Come ogni terapia, certo, ma usciamo fuori dallo slogan che “male non fa”.

Un complesso sistema ecologico che dialoga
con le nostre emozioni…

ruolo emozioni su microbiota

Il microbiota è un complesso sistema ecologico interno: pensereste mai di curare il male che affligge la foresta amazzonica, il polmone della nostra terra, spruzzando qua e là del fertilizzante? L’unico effetto che otterrete è quello di aver spostato e rimosso la causa prima del problema. Che senso ha infatti fare interventi locali di bonifica se persistono le piogge acide dall’alto?

Usciamo fuori di metafora: le piogge acide del nostro terreno intestinale sono le cascate di neuropeptidi che costantemente liberiamo. Ogni nostro sentire, momento per momento, si trasforma in azione biologica per mezzo dei neuropeptidi, determinando lo status del terreno intestinale nel quale risiede il microbiota. Il microbiota si muove per come si muove il terreno nel quale vive. Ed è certamente vero che la tipologia di microbiota influenza anche la produzione di neurotrasmettitori, ma non è ingerendo una manciata di batteri “buoni” (sempre ammesso che lo siano davvero) che possiamo modificare quel terreno che risente fondamentalmente delle emozioni di cui ci nutriamo.

Sia chiaro che non ho niente contro i probiotici in sé, ma sto parlando del modo in cui ora sono utilizzati, specialmente se questo allontana la persona dalle ragioni che “dall’alto” causano la sua malattia!

Da Neuropeptidi a Biomediatori,
il codice universale della Vita!

Il nostro microbiota viene condizionato dalle nostre emozioni. Un fatto che possiamo ben comprendere attraverso le ricerche della scienziata russa Roshchina, che ha dimostrato come i neuropeptidi siano il linguaggio di comunicazione intercellulare universale, anche nel mondo animale e vegetale.

Le sue ricerche ci hanno permesso di capire che non c’è bisogno di un sistema nervoso per recepire l’informazione dei neuropeptidi: il messaggio passa direttamente da cellula a cellula, quindi anche da microbo a microbo, da pianta a parassita e, non da ultimo, da uomo a micro-organismo.

I neuropeptidi sono quindi dotati di una funzione di comunicazione non nervosa. Rappresentano l’alfabeto universale tra le tutte le forme viventi, al punto che anziché neuropeptidi, lei preferisce chiamarli BIOMEDIATORI. Una pianta, un animale un microrganismo sentono e rispondono alla paura, alla presenza di uno stimolo irritativo o alla necessità di crescita, attraverso la nostra stessa biochimica.

biomediatori Roshchina

Intrigante, no?

Al pari di ogni altro organo del nostro corpo, il microbiota e le sue alterazioni dovrebbero essere considerate una manifestazione, un’espressione, e non causa, del nostro personale dialogo con la vita. Possiamo ricevere dai nostri microbi suggerimenti di nuove parole ed espressioni, certo, ma sarà sempre la mente che pensa e l’anima che sente a guidare il discorso.

Al di là dei microbi “amici” o nemici”, cominciamo a pensare alla popolazione vivente che ci accompagna come “felice” o “infelice”, magari aiuta… 😉