Harry Potter, tra immagini mentali e neuropeptidi!

Harry Potter, tra immagini mentali e neuropeptidi!

Più o meno vent’anni fa scoprivo il fascino delle neuroscienze e degli insegnamenti di quell’Eric Kandel che da lì a poco avrebbe ricevuto il premio Nobel per i suoi studi sulla memoria e l’apprendimento.

Mi affascinò da subito capire come il nostro sistema nervoso immagazzinava ricordi, abitudini, sensazioni e come fosse dotato di quella neuroplasticità che esprime il potenziale continuo che ognuno di noi possiede per un costante e continuo apprendimento.

Ancora oggi subisco questo fascino ogni volta che leggo testi che raccontano del cablaggio del nostro cervello e di come i circuiti neuronali possano essere addestrati per scolpire nuovi modi di pensare, di sentire e di percepire. Circuiti che dialogano grazie al linguaggio biochimico dei neuropeptidi, i definitivi regolatori del nostro salute di salute. Se mediano piacere, tutti i processi fluiscono in armonia. Se mediano dolore, può scattare l’empasse e il successivo processo patogenetico.

Ad un certo punto parlare di neurotrasmettitori, biochimica e circuiti cominciò ad apparirmi sterile: mi sembrava di tradire l’essenza animica dell’essere umano. Fino ad arrivare a capire che in effetti mancava un passaggio.

bioexplorer neuropeptidi Harry Potter bambini

Il cablaggio dei circuiti neuronali e l’attivazione dei neuropeptidi altro non sono che la traduzione biologica delle immagini mentali che dominano la nostra vita psichica. Le immagini mentali, quel qualcosa di impalpabile, che precede la produzione di molecole, ma dà forma all’attività psichica dell’uomo e ne regola la conseguente fisiologia.

Nessuna delle millenarie tradizioni spirituali che conosciamo ha sottovalutato il potere delle immagini mentali. La psicologia e tante altre discipline “olistiche” le hanno poi recuperate, senza tuttavia mai inventare nulla.

Immagine mentale, circuito neuronale e neuropeptide diventano quindi un’entità unica, un continuum energetico-psico-biologico. Non puoi parlare di neurotrasmettitori senza parlare di immagine mentale, e non puoi considerare le immagini mentali senza valutare le relative attivazioni biochimiche e conseguenze biologiche sugli organi.

Se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.

Ed è con questa chiave di lettura che ho trovato straordinari alcuni passaggi di quella che è stata rivenduta come una saga per bambini…ed effettivamente lo è, perché per capirla a fondo un po’ bambini bisogna esserlo, ma i livelli di lettura e di applicazione che offre per un adulto sono altrettanto interessanti.

In fondo, la scuola di Hogwarts è l’addestramento che tutti vorremmo avere in relazione all’utilizzo delle nostre immagini mentali! 😉 Padroneggiare le immagini mentali è la formula per schiudere la magia che ognuno di noi possiede…

Prendiamo il Molliccio, l’entità che assume la forma di ciò che più ci spaventa…l’incantesimo per respingerlo sono le risate! Ci vuole una grande forza mentale, ma se di fronte a ciò che più ci fa paura riusciamo a formalizzare un’immagine per noi divertente, il gioco è fatto! Riddikulus!

Distorcere i contorni di ciò che terrorizza fino a farlo sembrare una caricatura sarcastica: una tecnica descritta anche in diversi testi di psicologia della comunicazione, per chi ad esempio deve superare l’ansia da esame o del parlare in pubblico. Ricordo di avere letto una volta di immaginare il proprio interlocutore sul WC oppure la platea con i pantaloni abbassati…niente di irriverente, ma un semplice lavoro di trasformazione delle proprie immagini mentali, che permette di eseguire uno switch dai circuiti neuronali che mediano la paura a quelli che mediano il divertimento. La risata come interruttore che dall’adrenalina e noradrenalina permette il passaggio alla dopamina, l’agente mediatore della motivazione e della giocosità!

Expecto Patronum!

Sensazioni neuropetidi

E poi naturalmente c’è lui, l’incanto Patronus, il richiamo del guardiano che fa da schermo ai Dissennatori. Ognuno di noi ha il suo dissennatore, un’immagine mentale che può prendere una forma fisica, che si nutre della felicità altrui, che semina depressione, disperazione e che si palesa con un grande freddo…chi non lo ha mai sperimentato nella propria vita?

Beh, il Patronus è la forma che alimenta felicità, speranza, desiderio di vita e – guarda un po’ – si evoca solo concentrandosi con tutte le proprie forze – quindi con una volontà totale – su un ricordo molto felice. Expecto patronum!

Ed ecco la magia delle immagini mentali che hanno il potere di attivare i circuiti della felicità e del piacere degli endocannabinoidi endogeni per scalzare quelli della depressione e dell’inibizione mediati dal sistema oppioide!

Insomma, la magia è dentro ognuno di noi, se si conosce la tecnica e la si applica con una volontà totale. 😉

Vuoi approfondire? Allora leggi:

Le Emozioni, molecole tra Psiche e Soma

Le Emozioni, molecole tra Psiche e Soma

Nei prossimi post riportiamo, divisa in più “puntate”, la relazione tenuta lo scorso 29 Giugno nell’ambito della Conferenza Internazionale sull’Educazione Emozionale, organizzata dall’Asilo nel Bosco di Ostia (per gli interessati, qui trovate un breve video sintetico dell’evento, realizzato dalla Confederazione Internazionale degli Asili nel Bosco!). Enjoy! 😉

Emozioni e Cuore

Quando parliamo di emozioni, facciamo tutti istintivamente riferimento al cuore, inteso come pompa muscolare. Nella tradizione della Medicina Cinese, invece, il cuore non è l’organo muscolare, ma piuttosto la cavità, gli spazi, delimitati dalle pareti muscolari. Il cuore, cioè, è quello spazio pronto ad accogliere il sangue e a farlo fluire verso tutti gli organi e distretti corporei, con lo scopo di nutrirli.

emozioni e cuore

L’ideogramma del cuore

Va detto che il sangue, oltre ad essere il mezzo che trasporta il nutrimento, cioè il veicolo di nutrienti derivanti dall’alimentazione, è da millenni descritto nelle antiche tradizioni orientali anche come veicolo di emozioni. Questo fatto noi occidentali lo abbiamo compreso scientificamente grazie alla scoperta dei neurotrasmettitori o neuropeptidi (adrenalina, serotonina, dopamina, etc.), cioè quelle molecole che traducono nel linguaggio biologico delle cellule i nostri vissuti emozionali, le nostre reazioni più immediate, instintive e spontanee (rabbia, paura, dolore, etc.).

Ecco che il vuoto del cuore messo in evidenza dalla medicina cinese diventa maggiormente comprensibile: il cuore è quello spazio pronto ad accogliere le nostre emozioni e lasciarle poi liberamente fluire. Questo significa anche che tutto il nostro organismo è informato sui nostri vissuti emozionali, attraverso i neuropeptidi che viaggiano nel sangue.

Questo è del tutto coerente con la visione dell’uomo come unità: non esiste parte del corpo che non sappia cosa stia accadendo all’estremità opposta. Mi piace immaginarci come una fitta rete di comunicazione autostradale dove incessantemente le molecole, le informazioni, viaggiano per connettere organi e apparati affinché l’informazione sia sempre una e la stessa per tutte le cellule. La natura cioè ha predisposto una perfetta sincronizzazione e orchestrazione del corpo affinché ogni parte attui il proprio compito con le modalità che le sono proprie, ma sempre con lo stesso obiettivo comune.

Emozioni tra Cuore e Intestino!

Sarà un caso che l’agopunto che identifica il cuore è sul dito mignolo proprio a fianco dell’agopunto che fa riferimento all’intestino tenue? Ecco che cuore e intestino si configurano come un unico sistema funzionale, quasi come fossero un unico organo. Perché?

digerire le emozioni

La continuità tra gli agopunti Intestino e Cuore nel dito mignolo

L’intestino metabolizza gli alimenti, li digerisce e assolve la fondamentale funzione di separare il puro dall’impuro, cioè discriminare cosa tenere, assorbire e farne un mattoncino per il proprio edificio, e cosa invece eliminare perché di troppo, tossico. Analogamente accade per i vissuti emozionali. Il cervello dell’intestino è il primo metabolizzatore delle nostre esperienze emozionali: sta a lui il compito di discriminare, nell’ambito delle esperienze che viviamo, tra ciò che deve essere tenuto ed elaborato per la crescita della nostra persona e cosa deve essere lasciato andare. Questa “elaborazione” viene poi comunicata al cuore, che la accoglie e la diffonde a tutte le cellule.

Quando mettiamo in atto questi programmi biologici di risposta emozionale, è previsto che esaurita la circostanza specifica che l’ha innescata, anche la risposta biologica si spenga, esattamente come quando usiamo un file sul PC e poi lo chiudiamo. Sarebbe tutto perfetto nella logica di natura, se non fosse che alcuni di questi meccanismi possono “incepparsi”. Esattamente come quando un file rimane aperto in background nel computer, continuando ad essere operativo e a impiegare risorse di sistema, e noi neanche ce ne accorgiamo.

La stessa cosa può accadere nel nostro corpo.

Microbiota intestinale: l’intelligenza sciame del nostro intestino!

intelligenza sciame microbiota

Vie di comunicazione bi-direzionale tra microbi intestinali e cervello “superiore”.

Il genoma umano non ci bastava e quindi adesso arriva lui, il microbioma, cioè quell’insieme di geni che otteniamo mettendo insieme tutto il materiale genetico proprio della flora batterica intestinale che ci colonizza. Microbiota è il nome che identifica questa massa vivente che abita dentro di noi da “commensale”, cioè che “mangia con noi” e partecipa di ogni nostro processo chimico, organico e non solo. Insomma impossibile sentirsi soli!

Diamo qualche numero: in questa flora ci sono circa 150-200 specie comuni, mentre sarebbero circa 1.000 quello meno frequenti. I geni di questi microbi sono numericamente 100 volte superiori rispetto ai nostri…e la maggior parte di queste specie è anaerobia, cioè vive senza ossigeno. Il peso totale di questi microbi nell’intestino di un adulto è, guarda caso, all’incirca pari al peso del nostro cervello…quello che si dà le arie ai piani alti (mentre  ai piani bassi le arie si fanno…😂).

Sembrerebbe che noi siamo in qualche modo “dipendenti” dalla miriade di prodotti neurochimici elaborati dai nostri microbi. Per esempio, il nostro sistema serotoninergico, che è fondamentale per la nostra attività emozionale tanto nel cervello intestinale quanto in quello cerebrale, non si sviluppa adeguatamente in assenza di microbi! (clicca qui per il lavoro completo).

In un recente lavoro di cui riporto qualche passaggio, i microbi intestinali sono considerati parte di un inconscio collettivo che regola i nostri comportamenti. Eh già, anche Jung qualche pezzo se l’era perso! Nella comunicazione bi-direzionale tra intestino e cervello, il ruolo che il microbiota gioca nella regolazione dei processi cerebrali rappresenta oggi una delle aree più affascinanti della medicina. Di certo sappiamo che questo ammasso di micro-organismi determina delle funzioni vitali, essenziali per la nostra salute, inclusa l’elaborazione dei cibi, la digestione dei polisaccaridi complessi, la sintesi di vitamine e l’inibizione di patogeni.

Senza scordare che nel dialogo intestino-microbiota-cervello entra in gioco l’essenziale regolazione del sistema immunitario…per cui il microbiota ha un impatto diretto anche sul nostro sistema immunitario, così come il nostro esercito della difesa, a sua volta, contribuisce a mantenere l’omeostasi all’interfaccia tra superficie intestinale e microbi. Insomma, esiste un patto di non belligeranza, almeno fino a che qualcosa non cambia e la pacifica convivenza si rompe, determinando una sregolazione della risposta immunitaria e/o dell’aggressività degli ex-amici microbi.

Ecco, qui viene il bello…cosa può intervenire nel rompere questo stato idilliaco di pacifica convivenza?

Se è vero che le attuali ricerche sulla flora microbica che abita nel nostro intestino stanno dando un nuovo impulso alla comprensione della relazione che esiste tra intestino e cervello, è anche vero però che non si può perdere di vista “l’entità” che ospita questa popolazione di micro-organismi…

Il microbiota cioè è inserito nel contesto di un essere vivente che pensa, sente e si emoziona e traduce tutto questo in un linguaggio biochimico fatto di neurotrasmettitori, che sono gli stessi tanto nel cervello intestinale quanto in quello cerebrale. È chiaro che il microbiota influenza, ma è anche influenzato, da questi eventi!

I batteri del nostro intestino “dialogano” con i nostri neurotrasmetittori! Sono in grado di produrli, di modularne la concentrazione, determinando un effetto sull’attività neuronale del nostro cervello intestinale..e quindi, in sostanza, su ciò che la nostra pancia “sente”.

Possiamo immaginare iI microbiota come un mediatore “vivo” e fatto su misura per noi (neanche i gemelli hanno un identico pool di microbi!), capace di cogliere e interpretare tutto quello che si svolge all’interfaccia tra noi e il mondo esterno (ricordiamo che tutto il tubo intestinale è un’invaginazione di una superficie di comunicazione tra noi e l’ambiente fuori), e di tradurlo in processi biochimici, metabolici, che influenzano l’attività del cervello del piano di sopra. Oltre a tutti gli altri processi diffusi nel nostro organismo.

Insomma, l’intelligenza della nostra pancia si avvale anche dell’intelligenza sciame prodotta dai nostri microbi. Parliamo di quella swarm intelligence che, per capirci, caratterizza in maniera esemplare la vita delle api, così come di tante altre specie animali, dimostrando che intelligenza e cervello sono due cose ben diverse

Ecco perché se la ricerca sul microbiota si dirige verso autismo, Alzheimer e così via, uno degli aspetti che continuo a trovare più interessanti della faccenda è il ruolo che questi “sporchi amichetti” hanno nella regolazione della risposta allo stress, e in particolare dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene.

La composizione del microbiota determina il modo in cui elaboriamo le informazioni emozionali. In modelli sperimentali animali si è visto che il trapianto di microbiota può trasformare un topo ansioso in uno non ansioso. Sugli uomini sono stati condotti studi con risonanza magnetica funzionale per evidenziare come l’assunzione di probiotici impatti sui processi di elaborazione cerebrale e, in ultimo, sui livelli di cortisolo prodotti.

La resilienza agli stress ambientali (mediata probabilmente dalla modulazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene) sembra essere pesantemente influenzata dalla composizione microbica.

Beh…solo nell’ultima riga del lavoro gli autori sottolineano che tutte queste evidenze dovranno prima o poi auspicabilmente tradursi in raccomandazioni alimentari!

Personalmente trovo che quest’area di ricerca non faccia altro che rafforzare il perchè il nutrimento (e non solo l’alimentazione!) sia capace di giocare un impatto così forte sulla nostra salute.

Non solo quello che mangiamo, quindi, ma anche il flusso delle molecole di emozioni che mettiamo in moto quando mangiamo, e in ogni momento della nostra vita, è in grado di modulare la composizione del microbiota. E attraverso il microbiota, quindi, le nostre emozioni modulano tutti i processi biochimici e metabolici del nostro organismo, in primis il sistema immunitario.

Non perdiamoci di vista, se non vogliamo ritrovarci a parlare “sterilmente” di batteri “buoni” e batteri “cattivi”, di integratori e probiotici…

L’incredibile varietà e variabilità della flora intestinale ci offre una ulteriore riprova di quanto sia importante personalizzare i regimi nutrizionali ed essere pronti a cambiarli quando cambiano le esigenze e le fasi di vita della persona.

E ci offre una chiave di lettura scientifica di come anche gli alimenti abbiano non solo un valore nutrizionale, ma anche un significato nutritivo specifico nell’ambito del percorso di vita di ogni essere umano.

Scoperto il “ponte” tra cervello e sistema immunitario

È di pochi giorni fa la notizia che è rimbalzata su tutti i social, cioè la scoperta di una fitta rete di vasi linfatici presenti nelle nostre meningi (la membrana che riveste e avvolge il nostro encefalo) e che rappresenterebbe il link mancante tra sistema nervoso centrale – cervello – e sistema immunitario. Leggendo l’articolo originale – che in sostanza è una ricerca di biologia di base, estremamente tecnicista – sono diverse le considerazioni che meritano attenzione e che forse non sono emerse con il giusto peso.

1) Colpisce lo stupore degli stessi scienziati nell’essersi resi conto che ancora esistono delle macchie cieche sulla nostra anatomia: “Non credevo che ci fossero strutture del corpo di cui non fossimo a conoscenza. Pensavo che questo tipo di scoperte si fosse concluso a metà del secolo scorso”. E invece no, siamo nel 2015, e va da sé che abbiamo ancora tempo di trovare qualche pezzo mancante….

 2) Indovinate come mai è stato possibile fare questa scoperta? Ci stiamo magicamente rendendo conto che analizzare organi e tessuti “morti” (a questo punto poca differenza fa che siano di topo o di uomo…) forse non aumenta la dignità scientifica del mio operato. Mi spiego meglio: nell’attuale paradigma (e in un prossimo post torneremo meglio sul valore di questo termine) è scientifico ciò che risponde a determinati criteri FORMALI. Quindi posso realizzare un esperimento raffinato e spettacolare, rigorosamente scientifico, su cadaveri e ottenere risultati altrettanto rigorosamente “scientifici” ma irreali, cioè non applicabili alla realtà di un essere vivente. Ad esempio, questa scoperta è stata fatta perché i ricercatori hanno avuto la brillante intuizione di analizzare il tessuto con una lavorazione non ordinaria, e cioè, in via straordinaria, lo hanno studiato nella sua immediata condizione fisiologica. “Se avessimo fatto come nella procedura standard (che in sostanza analizza un tessuto non più vitale) non avrebbe funzionato e le minute strutture del sistema linfatico meningeo non sarebbero state osservabili”.

 3) Quali sono le ricadute di questa scoperta? Ovviamente le implicazioni sono tutte relative allo studio e alla cura di varie malattie neurologiche, a partire dalla sclerosi multipla all’Alzheimer etc. E va benissimo, ma vorrei sapere perché non si menzioni neanche che la scoperta di questo collegamento possa avere importanti ricadute nella comprensione di come i processi di elaborazione/integrazione legati alle emozioni, alla logica e al pensiero possano direttamente impattare il sistema immunitario. E da qui, in pratica, scatta la potenziale connessione con la maggioranza delle alterazioni patologiche che conosciamo.

Questa scoperta, quindi, dovrebbe essere ricordata perchè ci riguarda tutti in ogni momento della vita: ciò che elaboriamo nella testa, che sia un’emozione o un pensiero, può avere un’immediata ricaduta sulla funzionalità del nostro sistema immunitario. Le emozioni, in particolare, al di là del fatto che siano vissute ed esperite a livello conscio o inconscio, vengono trascritte a livello biologico tramite molecole chiamate neurotrasmettitori o neuropeptidi (le celebri noradrenalina, serotonina, e tante altre). È ampiamente noto che questi neuropeptidi sono tra i più potenti immunomodulatori che conosciamo (vedi link in fondo). Le cellule del sistema immunitario, infatti, hanno sulla loro superficie praticamente tutti i tipi di recettori dei neuropeptidi (le nostre “molecole di emozioni”) e possono esse stesse produrne, determinando quello che viene chiamato il “dialogo reciproco” (cross-talk) tra sistema nervoso e sistema immunitario. L’azione dei neuropeptidi (la traduzione biologica dei nostri vissuti emotivi) può portare ad una depressione della nostra capacità di risposta immunitaria oppure attivarla in maniera impropria (come nei processi allergici o nelle malattie infiammatorie immune-mediate). È evidente che in questa regolazione subentrano tanti fattori fra loro diversamente inter-relati (inclusi l’alimentazione, che agisce anche su questo tipo di network, e la ripetizione nel tempo di certi stimoli/risposte), quindi non si può derivare nessuna conclusione semplicistica. Ma il dato è questo. E il passaggio è ora ben caratterizzato anche in termini anatomici.

Nello spiegare alle persone che certe alterazioni funzionali od organiche possono essere legate anche a modi di vivere, di sentire e di reagire interiormente, una delle prime reazioni generalmente è: “Ma allora me lo sto inventando? Mica sarò matto, io il problema ce l’ho!”. E infatti nessuno si inventa niente, perchè ogni nostro moto interiore si associa ad un movimento nel cervello che determina realtà, produce un effetto sul piano biologico e, ora che conosciamo anche il “ponte” anatomico (sempre che non ce ne siano altri…), una ricaduta anche sul sistema immunitario.

Quindi, questa scoperta non riguarda solo i ricercatori impegnati nella lotta all’Alzheimer e alla sclerosi multipla, ma ci riguarda tutti, nella responsabilità ultima che ci vede sempre protagonisti verso il nostro stato di salute.

Per chi vuole approfondire

Segnalo questi due lavori, il primo a carattere generale, il secondo che focalizza su un neuropeptide specifico che è il VIP, a titolo esemplificativo della potenza di queste molecole di emozioni: