I parassiti e la “non belligeranza” nel nostro intestino!

I parassiti e la “non belligeranza”
nel nostro intestino!

Uno dei temi più cari nella mia attività è l’asse intestino-cervello e i fattori che entrano in gioco nella sua modulazione: emozioni, cibo e microbiota.

Oggi aggiungiamo un altro tassello non trascurabile a questo puzzle e parliamo di parassiti. Ma prima facciamo un po’ di sintesi…

microbiota asse intestino-cervello

Intestino, cervello e sistema immunitario

Abbiamo spesso parlato di come l’intestino giochi un ruolo chiave nell’efficienza del sistema immunitario.

 Ed abbiamo anche affrontato il tema di come la nostra pancia ospiti un cervello intelligente che comunica in maniera integrata con il cervello dei “piani alti”.

Per dirla in altre parole, l’equilibrio del nostro sistema immunitario, sempre dinamico ed estremamente complesso, dipende strettamente da quell’autostrada bidirezionale di comunicazione che scorre tra intestino e sistema nervoso centrale (che include tanto il midollo spinale quanto l’encefalo). Una comunicazione fatta di segnali chimici, metabolici, ma anche fisici, perché la connessione esistente tra intestino e cervello è tangibile attraverso le fibre nervose che dalla periferia del sistema nervoso viscerale raggiungono le aree centrali di comando.

Nel ricordare che la maggior parte delle informazioni scorrono dal basso verso l’alto, mettiamo un po’ d’ordine sulla tipologia di queste informazioni, tutte strettamente inter-relate tra loro nell’equilibrio dinamico tra salute e malattia! Precisiamo che per certi versi può risultare piuttosto arbitraria la distinzione tra segnali “esterni” ed “interni”, perché tutto ciò che viene da “fuori” viene comunque metabolizzato all’interno secondo algoritmi specifici dell’individuo, determinando un output quindi del tutto personalizzato.

  • I vissuti emotivi, sia interni che innescati da situazioni esterne, che si traducono nel rilascio di neuropeptidi (le cosiddette molecole di emozioni) con un effetto pleiotropico nel nostro organismo (ad esempio: sulle cascate ormonali, sulla liberazione di fattori infiammatori e/o immuno-modulanti, sulla regolazione della trascrizione genica);
  • il cibo, che con la sua metabolizzazione agisce sugli stessi percorsi sopra descritti. Come detto più volte, tanto il cibo quanto le emozioni si muovono lungo una via finale comune;
  • il microbiota, cioè tutte quelle popolazioni batteriche che con-vivono nei nostri metri d’intestino e che arricchiscono il nostro pool di geni. Se in linea di massima questa miriade di germi sostiene i nostri processi fisiologici in quella che potrebbe essere un esempio di meravigliosa simbiosi, è anche vero però che può contrastarli contribuendo al determinismo di processi patologici.

In questo complesso network, che è piuttosto difficile da studiare ”tutto insieme”, c’è un ulteriore elemento ancora troppo poco conosciuto, nonostante se ne parli abbondantemente nella letteratura scientifica: i parassiti, che insieme alle popolazioni batteriche del microbiota alloggiano nei nostri intestini. La sensazione però è che questo tema rimanga ancora un pezzo “isolato”, non inserito in maniera organica nel dialogo tra gli altri elementi fino ad ora discussi. Il risultato è che il senso del discorso non potrà essere colto in pieno…

parassiti cibo emozioni

Parassiti e microbiota: il patto di non belligeranza…

Per certo anche i parassiti entrano in gioco nella regolazione della risposta immunitaria, in particolare nei meccanismi dell’auto-immunità, potendo arrivare a produrre effetti anche a livello del sistema nervoso centrale. Tali effetti possono variare all’interno di un’ampia gamma, dipendentemente dal tipo di alterazione indotta e dalla localizzazione della stessa (es: andiamo da disturbi della mielinizzazione a disturbi della sfera affettivo-cognitiva).

Cominciamo a fare qualche nome operando una grossa distinzione tra gli organismi unicellulari (protozoi) e pluricellulari (elminti), tralasciando per ora il capitolo comprendente acari, zecche e compagnia varia. Tra i protozoi troviamo l’entamoeba hystolitica, la giardia lambia, il toxoplasma gondii, il trichomonas (sia vaginale che intestinale). Gli elminti comprendono invece i classici “vermi” tipo ascaridi, ossiuri, echinococco, filaria, etc.

Il parassita si nutre a spese dell’ospite su cui vive, che è di specie diversa, e che utilizza come propria nicchia ecologica. Tuttavia definire la patogenicità del parassita, quindi la sua capacità di recare danno, non è affatto banale! I parassiti possono anche fare il loro “sporco” lavoro senza danneggiare l’ospite in maniera ingente, all’interno di quello che definisco un patto di non belligeranza altamente dinamico: le ostilità non si aprono fintantoché non intervenga un qualche fattore a disturbare questo delicato equilibrio biologico.

Tra i fattori che entrano in gioco nella rottura di questo equilibrio troviamo:

  • elevata carica patogena: un alto numero di parassiti o la loro capacità di produrre sostanze particolarmente tossiche può aprire le ostilità;
  • localizzazione di un parassita in un’area non a lui “destinata”: come vedremo nei prossimi post, un parassita può raggiungere il sistema nervoso centrale, portando una serie di conseguenze patologiche;
  • il più importante di tutti, forse, la capacità del sistema immunitario dell’ospite di adattarsi e tenere sotto controllo queste presenze che molto spesso vivono in situazioni “al limite”. Ricordiamoci infatti che non conviene ai parassiti per primi essere troppo aggressivi, pena l’eliminazione dell’ospite che determina la loro stessa sussistenza! Allora, se danno deve essere, che sia poco alla volta, ma prolungato nel tempo, in modo da permettere comunque all’ospite – cioè a noi – di fare “le sue cose” con una certa nonchalance.      

Nella letteratura scientifica, la nostra capacità di gestire questi parassiti è definita come tolleranza alla malattia (disease tolerance), un fenomeno frutto dei processi evolutivi e che ci permette di minimizzare la loro virulenza, anche senza doverne necessariamente ridurre il carico. In buona parte della popolazione, quindi, i parassiti possono coesistere in maniera latente e più o meno silente, senza causare manifestazioni patologiche eclatanti.

tolleranza ai parassiti immunità

“Oh mio dio, come ho preso i parassiti?!”

Questo permette di fare un’importante precisazione: il fatto di “avere” dei parassiti non è in sé e per sé qualcosa che deve generare angoscia, perché tutti li abbiamo! Semmai si tratta di valutare che ruolo “attivo” hanno all’interno della persona, e quale rischio possono rappresentare soprattutto in funzione dell’effetto che producono sul nostro sistema immunitario.

E veniamo all’ultimo punto di oggi: la tolleranza alla malattia è frutto di un contesto di immuno-regolazione che si stabilisce tra ospite e parassita, che è piuttosto improbabile che si mantenga per tutta la vita. Le naturali variazioni della risposta immunitaria verso i parassiti sono oggi oggetto di approfondite ricerche. Anche la loro relazione con i batteri del microbiota è ancora molto poco studiata e compresa!

La risposta immunitaria che attiviamo per gestire i parassiti (limitarne il numero e riparare i danni che creano nei tessuti colonizzati) è quella nota come T-helper di tipo 2. Cioè i parassiti inducono l’attivazione di uno specifico braccio armato del nostro esercito immunitario, che reagisce a botte di fattori infiammatori chiamati interleuchine (IL). Nello specifico, la risposta ai parassiti è caratterizzata dalla produzione di IL-4, IL-5, IL-9 e IL-13. La risposta immunitaria attivata aumenta la produzione del muco, così il tasso di proliferazione e di turn-over delle cellule dell’epitelio intestinale, con lo scopo di evitare delle reazioni aberranti che potrebbero mettere in atto i batteri del microbiota!

La risposta immunitaria di tipo Th2 inoltre aumenta la secrezione delle immunoglobuline E (IgE) e l’attivazione di basofili, eosinofili e mastociti.

Nel corso di infezioni croniche da parassiti, inoltre, il nostro sistema immunitario attiva un meccanismo di auto-regolazione della risposta (basato sulle cellule T regolatorie – Treg), con lo scopo di auto-limitare l’attacco ai parassiti che potrebbe danneggiare anche le nostre stesse strutture. Se tuttavia la persona presenta un deficit di queste cellule Treg che regolano e controllano l’attività immunitaria, l’attacco ai parassiti sarà più aggressivo, riducendo sì la loro carica, ma portando anche ad un aumento del rischio di sviluppare patologie immuno-mediate.

Insomma, davvero un bel melting-pot quello nel nostro intestino…

Approfondimento time

Intelligenza viscerale e ordine dell’universo

 

Berrino secondo cervello

A quasi un mese dall’incontro svoltosi a Roma con il Prof. Berrino, colgo l’occasione per riportare il contenuto dell’intervento con il quale ho avuto il piacere di introdurre la sua conferenza di presentazione del libro Il cibo dell’Uomo. La via della salute tra conoscenza scientifica e antiche saggezze.

Prendendo spunto dal titolo della prima sezione “L’Ordine dell’Universo”, vorrei “riappacificare” gli animi relativi al tema dell’alimentazione, che sempre più si sta trasformando in un terreno di scontro tra “altro”, che dietro il cibo si maschera ma che con il cibo non ha niente a che fare: ideologia, politica, religione o proiezione di pregiudizi personali. Che si scelga di seguire la strada del paleolitico, che si preferisca aderire ai principi della macrobiotica, che la propria corrispondenza si trovi nel frutto-vegeto-veganesimo o piuttosto nella dietetica cinese taoista, per favore non tradiamo il valore ultimo del cibo come “nutrimento” e possibilità evolutiva.

Grazie a tutti per la partecipazione e per i complimenti, buona lettura!

Sarebbe bello che stasera uscissimo da qui con una percezione diversa del nostro rapporto col cibo, per non cadere della trappola semplicistica che aderendo meccanicamente a delle prescrizioni alimentari si possa guadagnare, comprare la “salute eterna”.

Nella nostra pancia abbiamo una quantità di neuroni che è superiore a quelli contenuti nel cranio. Agli inizi degli anni ’90, i ricercatori hanno impunemente ribattezzato questa matassa di neuroni contenuti nello spessore dei visceri e delle anse intestinali “secondo cervello”. Impunemente perché questo cervello è arrivato secondo solo in ordine cronologico di scoperta. Pensate che se immaginassimo di dispiegare/srotolare l’intera matassa dei visceri intestinali, otterremmo una superficie pari a quella di un campo da calcio, tutto fitto e zampillante di neuroni. Questa superficie di interfaccia con il mondo esterno è la più ampia superficie di contatto, scambio e interazione che possediamo nel nostro organismo. Se questo cervello fosse “secondo”, poi, dovremmo immaginarci che riceva ordini dal “capo” del piano superiore, e che quindi le connessioni siano prevalentemente dirette dall’alto verso il basso. E invece è esattamente il contrario: è l’autostrada del nervo vago ad informare dal basso il collega del piano superiore.

Come se non bastasse, nello sviluppo dell’embrione, i visceri addominali sono i primi che si formano. La percezione fetale è tutta basata sul primo intestino. Solo successivamente si sviluppano il midollo, il tronco encefalico, il sistema limbico e la corteccia. La pancia, per come la vita ci pone, è la prima struttura con la quale percepiamo, sentiamo e conosciamo il mondo.

Da adulti continua ad essere così, anche se non ce ne rendiamo conto. D’altra parte non ci stiamo inventando niente: il sapere delle più antiche tradizioni, per esempio l’alchimia taoista, identifica nella “pancia”, distribuite nelle funzioni e secrezioni digestive, la nostra essenza, ciò che rende ognuno di noi unico e specifico, come costituzione e temperamento.

L’insieme delle ricerche degli ultimi 10-15 anni comincia a sostenere l’idea che questo cervello viscerale sia in grado di decodificare/interpretare l’ambiente in base alle esigenze specifiche del singolo individuo. In altre parole, questo cervello sembra capace di una conoscenza diretta e immediata, quella famosa conoscenza di primo impatto, di tipo intuitivo (e che gli inglesi chiamano gut feeling) e che nel gergo popolazione viene chiamata da sempre “sensazione di pancia”. Che ci dice come le cose stanno per noi in quel momento. Anche se l’informazione razionale manca o addirittura contraddice questo sentire.

Tutto questo oggi si configura come scienza: l’ascolto delle sensazioni viscerali può guidare i processi di scelta. La pancia ci fa scegliere meglio per noi stessi.

Anche questo cervello, se maltrattato, sviluppa le sue nevrosi. L’area di ricerca sui disordini intestinali e i disturbi dell’umore/emotività è estremamente ricca, mentre rappresenta un campo di indagine più giovane e ancora poco battuto quello sul potenziale di conoscenza di questo cervello nelle condizioni ordinarie di salute.

Me lo immagino come una sorta di buon selvaggio che, privo delle raffinatezze del collega del piano di sopra, sa però molto bene cosa vuole e si fa capire con il codice binario dei colpi di clava: sì o no, accetto oppure espello. Metabolizzo (ognuno a modo suo, secondo il proprio “codice”) oppure rifiuto. E questo vale tanto cibo quanto per le esperienze.

In sostanza, la vita dei visceri ha a che fare con una capacità di intelligenza: rispettare questa intelligenza significa rispettare l’intelligenza insita nell’ordine della natura, nell’ordine dell’universo appunto. Ecco quindi che il rapporto con il cibo ha a che fare più profondamente con la capacità di contatto che abbiamo con noi stessi e con la modalità di relazione che abbiamo con il mondo nel quale siamo immersi.

Ecco perché a me piace parlare non tanto di nutrizione, ma di nutrimento, che è una parola che apre un altro universo di senso, che accoglie in sé anche il concetto di educare, allevare, coltivare. Non a caso, parliamo di “nutrimento dello spirito” e non di nutrizione…

Perchè il cibo può avere questa funzione di educarci/elevarci come essere intelligenti, e non solo come macchine alimentari”.

Per chi vuole approfondire

Rimandiamo ad un’altra puntata i riferimenti della letteratura scientifica e approfitto, invece, per segnalare questo testo scritto da un uomo di scienza che ha prodotto, in tempi non sospetti, delle pionieristiche intuizioni su questo tema:

Cucina Viva di Antonio Meneghetti, un approccio peraltro protagonista in questi mesi in diverse “sessioni” presso l’EXPO di Milano!

I 2 cervelli e la somatizzazione del “trauma”

secondo cervello trauma somatizzazione

Anno 2001…e no, niente Odissea nello Spazio, piuttosto era l’anno in cui ancora studentessa alla Facoltà di Medicina, cominciavo ad interessarmi dei rapporti tra i due cervelli. Il cosiddetto “asse intestino-cervello” (gut-brain axis) era veramente agli esordi, riuscii a stabilire una collaborazione tra il Dipartimento di Gastroenterologia e quello di Psichiatria per pubblicare il mio primo articolo (consultabile da questo link: cliccare sul pulsante in alto a destra per il download). A rileggerlo oggi, fa a tratti sorridere per certe espressioni che tentavano di dipingere concetti ancora poco definiti nella letteratura scientifica, eppure oggi sempre chiari e attuali.

Un dato saliente è il riscontro nei pazienti affetti da Disturbi Funzionali Gastrointestinali di un’ipersensibilizzazione nella cui patogenesi potrebbero agire fattori emozionali ed eventi stresanti, sostenendo o aggravando modificazioni nella liberazione di neuropeptidi e nella risposta immunitaria, sia a livello del tratto gastroenterico che dei gangli del sistema nervoso enterico e centrale.

Quello che volevo cogliere, districandomi tra gli incastri imposti dalle definizioni del DSM, era come un’informazione impropria per l’individuo, non correttamente integrata all’interno dei processi alla base della coscienza (una sorta di “corpo estraneo”, insomma), potesse “somatizzarsi” tanto a livello delle funzioni mentali/comportamentali, quanto a livello degli organi periferici, e in particolare  dell’apparato gastrointestinale, dando un razionale ai tantissimi casi “incomprensibili” di disturbi funzionali (tipo colon irritabile, per intenderci).

Sebbene gli esatti meccanismi ancora non siano del tutto chiari, è ipotizzabile che in alcuni soggetti questo “corpo estraneo” possa portare a disturbi sul piano psichico, come ad esempio nei classici disturbi post-traumatici e dissociativi, oppure a disturbi in forma somatica, dove la manifestazione sarebbe rappresentata da “attivazioni anomale”, disturbi funzionali che possono coinvolgere il sistema muscolare, sensoriale o il sistema nervoso vegetativo.

L’informazione “estranea” viene definita come un “trauma”, e anche se generalmente si fa riferimento ad un evento traumatico come a qualcosa di “oggettivamente tale” (una violenza, un episodio catastrofico, etc.), oggi sappiamo che il concetto di “trauma” è strettamente connesso anche alla violazione interiore della propria identità, e in questo senso molto più dipendente dai meccanismi soggettivi con i quali la persona vive e percepisce le esperienze.

E’ probabile che un trauma psicologico, quale può essere una “violenza”, non riesca a trovare una sistemazione e si configuri come un corpo estraneo all’interno della coscienza. Questo persiste all’interno del sistema psichico e può essere riattivato da successive esperienze, fatti o pensieri associabili al trauma o dalla memoria del trauma stesso.

In quel momento, l’interazione bidirezionale tra cervello e sistema gastrointestinale era già riconosciuta, potendo quindi rappresentare una solida base per le osservazioni cliniche di medicina psicosomatica. In sostanza, l’idea era che un alterato funzionamento della coscienza possa manifestarsi non solo con fenomemi psicologici e comportamentali anomali (anmesie, personalità multiple, sensazione di non riconoscimento del proprio corpo), ma anche con alterazioni funzionali somatiche (dissociazione somatoforme).

L’articolo è scaricabile da questo link, cliccando sul pulsante in alto a destra per il download.

 

Riferimenti teorici

Tra le tante letture, sono stati 3 gli autori che cominciarono a stimolare in particolare le mie ricerche in quest’area. Briquet nel 1859 racconta come l’isteria riconosca alla base delle esperienze “traumatiche”. Janet descrive meravigliosamente come il ricordo di “traumi” subiti possa essere immagazzinato al di fuori della propria cocienza ed esprimersi, come fisiologica conseguenza, anche con sintomi somatici. Infine Antonio Meneghetti, uno scienziato italiano che ho avuto la fortuna di poter conoscere: le sue pionieristiche intuizioni sul ruolo del cervello enterico nel processo di coscienza accendevano in quegli anni una fiammella che oggi arde viva e alimenta una passione autentica per quest’area di ricerca, le cui implicazioni ricadono tanto sulle possibilità di evoluzione dell’individuo quanto sulla comprensione e risoluzione dei processi sottesi alla malattia.

Il primo cervello della vita è nella pancia

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Prima parte.

Torniamo a parlare di pancia e di cervello enterico, della sua capacità emozionale e della sua capacità di elaborare dati. Quello che mi piace sottolineare è che le evidenze scientifiche ad oggi in nostro possesso sembrano veramente far pensare che questo cervello non sia proprio “secondo” a nessuno, ma che anzi abbia un ruolo prioritario nel nostro processo di conoscenza, come già sostenuto da diversi ricercatori e come già ampiamente noto dall’antica sapienza nativa (orientale e non solo).

Quello che è il “secondo” cervello in ordine di scoperta cronologica, in realtà è il primo cervello che la vita pone, e vediamo perché!

Le ricerche erano partite a metà ottocento, per poi cadere nell’oblio negli anni ’40. E’ solo negli anni ‘90 che i ricercatori scoprono un’ampia rete nervosa contenuta nello spessore delle pareti del sistema digestivo (plesso mioenterico di Auerbach e plesso sottomucoso di Meissner). Quello che ne emerge è che nella pancia c’è un cervello che assimila e digerisce non solo il cibo, ma anche le informazioni che arrivano dall’esterno. Si emoziona, ricorda e aiuta a prendere decisioni.

Quali sono le caratteristiche di questo primo cervello su cui si fondano queste affermazioni?

  • Solo nell’intestino ci sono più di 100 milioni di neuroni. Sommati a quelli del restante tubo digerente, si arriva ad una quantità superiore a quella di tutto il resto del sistema nervoso, incluso il cervello. L’intestino è avvolto da questa fitta rete neuronale come una “calza”.
  • I neuromediatori che utilizza sono numericamente almeno pari a quelli processati nel cervello e in buona parte coincidono, vale a dire i due cervelli utilizzano un linguaggio comune. Eh già, anche la maggior parte della tanto cara serotonina è prodotta proprio nell’intestino! L’intestino la rilascia in seguito sia a stimoli esterni (cibo, ma anche suoni) che interni (emozioni), comportandosi come un vero direttore d’orchestra che manovra le leve del movimento intestinale. Ergo: motilità intestinale e percezioni emotive sono molto più intime di quanto potete pensare… e non è un caso che farmaci con azione sulla serotonina siano utilizzati sia per i malumori e i “rallentamenti” del cervello che per quelli della pancia (se per esempio siete curiosi, date un’occhiata a come funziona la levosulpiride, un farmaco che agisce sui recettori serotoninergici, utilizzato sia per trattare la dispepsia che la depressione. Ma non restatene affascinati, eh!)
  • Se immaginassimo di “srotolare” completamente tutta la compagine dell’intestino, in ogni suo microvillo, andremmo a ricoprire una superficie pari a quella di un campo di calcio! Cioè il nostro intestino costituisce la più ampia superficie di contatto con il mondo esterno, molto più estesa della pelle…
  • Dal punto di vista embriologico, è nelle primissime settimane di gestazione che si origina un primitivo sacco che racchiude tutta la percezione fetale, che è la matrice del futuro apparato digerente È da questa unica struttura che si formano secondariamente il midollo e il cervello cranico, attraverso un processo di progressivo allungamento e differenziazione tessutale.

Per chi vuole approfondire
Questo è il testo del padre della neurogastroenterologia: Il secondo cervello.

Questo è il testo di tecniche psico-corporee del ricercatore italiano, Antonio Meneghetti, che negli anni settanta affermava la “priorità” del cervello viscerale su quello cerebrale: Manuale di Melolistica.

Il cervello nella pancia, l’intelligenza “motore” del nostro benessere…

Gutsy-Brain

Per chi lotta tutti i giorni con le contraddizioni dei neuroni della propria testa, la notizia è che quel cervello non è l’unico che ospitiamo nel nostro organismo. Ancora non abbiamo capito come funziona che già la faccenda si complica con l’entrata in scena di un’altra massa di neuroni “pensanti”, che avvolgono appunto tutti i visceri addominali. E’ il cervello nella pancia, l’intelligenza “motore” del nostro benessere.

È fra gli anni ottanta-novanta che comincia ad emergere quanto sia complessa questa rete neuronale, rimasta fino a quel momento oscurata dal primato indiscusso detenuto dal “collega” del piano superiore. Comincia a prendere forma una nuova disciplina, la neurogastroenteorlogia, e il cervello nella pancia viene scientificamente ribattezzato cervello “neurogastroenterologico”.
Non è questa la sede per illustrare tutte le evidenze scientifiche prodotte in questi anni, ma ci limitiamo a dire che se immaginassimo di districare l’intera matassa dei neuroni che avvolgono l’intero tubo digestivo, questa andrebbe a ricoprire una superficie pari a quella di un campo di calcio. E non è tutto: ciò che i ricercatori non hanno ancora pubblicizzato molto è che questo cervello neurogastroenterologico è l’unico organo del nostro corpo che possiede una autonomia funzionale rispetto al cervello che abbiamo in testa (per chi fosse interessato, uno dei padri di questa disciplina è M. Gershon).

In poche parole: la pancia ha una propria intelligenza, capace in modo autonomo di “pensare”, ricevere informazioni, elaborarle e spedirle ai piani “alti”.
La domanda che viene spontaneo farsi è perché se ne parli ancora così poco. Una possibile risposta è che c’è ancora molta confusione su cosa tutto questo voglia dire: come si conciliano le attività dei due cervelli? In che relazione sono? È già noto che i due cervelli sono connessi da un’importante autostrada di fibre nervose (gut-brain axis) e che parlano lo stesso linguaggio chimico attraverso la comunanza di numerosi neurotrasmettitori (inclusa la serotonina, protagonista del nostro umore tanto quanto della nostra digestione!). Ma le implicazioni pratiche di questa comunicazione vengono indagate forse con un occhio ancora miope.
Oggi gli studi sono infatti prevalentemente focalizzati sul ruolo che questo cervello addominale ha nelle patologie proprie dell’intestino, da quelle funzionali (come il celeberrimo “colon irritabile”) aa quelle organiche (ad es: le malattie infiammatorie intestinali). Ma la ricerca rimane piuttosto “confinata” all’interno dei “recinti” della cavità addominale.
Per farla breve, forse stiamo assistendo a quanto già accaduto durante le prime indagini condotte fra la fine del 1800 e il 1900 sul cervello contenuto nelle ossa craniche: da Kraepelin, Bleuler, fino a Freud e i suoi successori, per molti anni l’interesse è stato catturato dai suoi processi patologici, quindi psicosi e isteria. Ci sono voluti molti anni, e ancora oggi siamo nel mezzo di questa fase, per vedere estendersi le ricerche sul cervello alla comprensione di quelli che dovrebbero essere i processi sani dello sviluppo di un individuo. Con il cervello addominale sembra che si stia ripercorrendo questo stesso percorso. Ci vorrà quindi ancora del tempo prima che i ricercatori e i medici comincino ad interrogarsi se per caso questa rete neuronale dell’apparato digerente non possa avere un qualche ruolo nella vita “normale” di ogni soggetto…ed è qui che cito Poincarè, per il quale la creatività è la “capacità di unire degli elementi preesistenti incombinazioni nuove, che siano utili”.
Esistono delle avanzate ricerche che permettono già oggi di guardare all’utilità di questo cervello nel nostro quotidiano, a prescindere dalla presenza o meno di sintomi da colon irritabile…
Quello che sappiamo è che l’intelligenza della pancia entra in azione prima di quella della testa, producendo informazioni dirette e reali, prive dei ben noti filtri (pregiudizi o come li vogliate chiamare) che operano più in alto.

In sostanza, si tratta di una fonte di informazioni esatte che bisogna imparare ad utilizzare, a leggere e interpretare correttamente. È un po’ come immaginare di dover imparare una nuova lingua che, in realtà, non è del tutto “nuova” considerato che ci accompagna sin dalla nascita, o meglio dall’utero materno. Ma è nuova nella misura in cui nessuno ci ha mai chiesto di impararla o anche semplicemente di prestare attenzione al suo ascolto. Non abbiamo cioè mai intrapreso l’addestramento necessario per capire come funziona e come si usa questa intelligenza.
Ed è da qui che discende l’importanza di una “pancia” che sia in ottima salute. E tu, quanto sei disposto a prendertene cura?