Epigenetica e riprogrammazione cellulare: le ricerche di Biava

Il linguaggio sistemico del cancro

Ogni persona di buon senso sa che non è possibile definire “a priori” il significato di una parola: questo dipende dal contesto della frase in cui è inserita, nonché dall’intenzione posta da colui che espone quella specifica frase. Eppure capita spesso che un interlocutore si fossilizzi su una sola specifica parola, che riduca tutto il senso del nostro discorso a quella sola parola che, magari, ha “letto” pure a suo esclusivo uso e consumo.

Ecco, se avete presente questa sensazione, bisogna pensare che questo stesso atteggiamento si può riscontrare anche nella ricerca scientifica che ruota intorno a molecole e geni. A seconda delle “mode” del momento, succede che i ricercatori si concentrino e si ostinino a voler studiare quella specifica molecola o gene, cercando di capirne la funzione, quindi il suo ruolo nel determinare una certa patologia. Insomma, esattamente come quando qualcuno pretende di cogliere le sfaccettature e la complessità del nostro discorso facendo in 1000 pezzi quella sola e unica parola.

Ogni effetto/funzione di una singola molecola vale relativamente ai contesti in cui questa molecola è usata. Una cellula, così come un essere umano, sono ciò che risultano essere anzitutto in rapporto al contesto e alle relazioni che intrattengono con le altre cellule o specifici individui. Lo studio dei sistemi biologici oggi fa emergere un modello di complessità fondato su reti biologiche robuste, e non su processi di informazione lineare. Cioè, esattamente quello che la fisica quantistica mette in evidenza.

È in quest’ottica che si collocano le ricerche condotte dal medico Pier Mario Biava, brillantemente descritte nel suo testo Il cancro e la ricerca del senso perduto, e nel quale racconta il suo approdo e sviluppo dello studio sui fattori di crescita e differenziazione.

Le prospettive che apre rimandano alla riprogrammazione cellulare attraverso l’approccio al codice epigenetico. Cioè, è possibile agire in maniera specifica sugli interruttori dei nostri geni che controllano il processo sottostante alla trasformazione tumorale delle cellule. In sostanza, se nel nostro codice genetico ci sono tutte le informazioni utili tanto allo sviluppo tumorale quanto al suo spegnimento, il codice epigenetico regola l’attivazione e la disattivazione di queste informazioni.

In particolare, attraverso lo studio delle cellule staminali embrionali, Biava mostra l’esistenza di una via che fa sì che l’intero organismo “convinca” le sue cellule, diventate maligne, ad adottare un programma di differenziazione che le trasformi in cellule sane, oppure un programma che le porti alla morte spontanea. Come suggerisce il termine “programma”, la cura delle cellule maligne coinvolge l’informazione che, come in un ologramma, è presente nei sistemi viventi simultaneamente in tutte le loro parti. Le parti sono costantemente ed efficacemente in-formate dalla rete cognitiva che governa il tutto. Ciò assicura il coordinato funzionamento delle cellule e degli organi: è la perdita di questa informazione che porta alle gravi alterazioni che si manifestano come cancro.

In questa analisi, il cancro rappresenta la rottura del flusso di informazioni che arriva alle cellule: è la rottura della comunicazione tra l’organismo e alcune sue parti. La comunicazione all’interno dell’organismo è molto di più di una meccanica trasmissione di segnali: si tratta invece di un’autentica trasmissione di significati.

Per Biava il cancro diventa quindi una patologia della significazione, la perdita dei codici della sana comunicazione. Per superare tale perdita di senso, occorre innanzitutto superare l’errore di vedere la parte come la sede del malessere, invece di guardare all’intero tessuto di relazioni in cui la parte è inserita.

Approfondimento time!

E non si scherza, il post è “leggero” ma già il video è bello tosto…in più Biava ha all’attivo numerose pubblicazioni scientifiche internazionali, tra le quali segnalo: